venerdì , 22 Novembre 2019
Vanessa Scalera l’attrice italiana del momento

Vanessa Scalera l’attrice italiana del momento

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(di Elena Giuliano da il7 Magazine) Autenticità è la parola giusta per descrivere Vanessa Scalera, latianese, nata il 5 aprile del 1977 nell’ospedale di Mesagne. E’ l’attrice italiana del momento grazie al suo successo, esploso all’improvviso dopo anni di gavetta, con la serie tv “Imma Tataranni – sostituto procuratore”, in prima serata su Raiuno. Un ruolo con cui Vanessa è riuscita ad entrare nelle case di milioni di italiani che la considerano simpatica come il commissario Montalbano.
Già a 21 anni aveva messo insieme esperienze importanti con grandi nomi del cinema e del teatro: da Bellocchio a Moretti. La svolta arriva con Lea, in cui si trova a interpretare appunto Lea Garofalo, la prima donna che si ribellò alla ‘ndrangheta, in un film di Marco Tullio Giordana, lavoro che l’ha profondamente formata e fatta crescere umanamente e artisticamente. “Vanessa è una che la recitazione ce l’ha nel sangue”, racconta una sua cara amica, Monia Denitto. “Nel nostro gruppo è sempre stata la più autoironica, quella che ci faceva sempre ridere perché riusciva a imitare alla perfezione di tutti i nostri amici”.
Vanessa Scalera comincia la sua carriera principalmente come attrice di teatro drammatica ma proprio l’ironia è una delle sue caratteristiche innate. Riesce a passare dalla tragedia alla commedia con estrema agilità e soprattutto è sempre sempre capace di sdrammatizzare, caratteristica che la vediamo esprimere al meglio con la sua Imma Tataranni. “Quando l’ho conosciuta eravamo al mare con i nostri genitori, mi ricordo di aver visto questa bellissima e giovane ragazza che leggeva sulla spiaggia, è sempre stata una donna fuori dagli schemi, diversa ed è per questo che tutti nel paese la stimano molto”, ci racconta l’amica che di lei ha sempre ammirato la tenacia e lo spirito con cui Vanessa ha sempre affrontato le situazioni oltre che la sua estrema umiltà.
In una piccola realtà come quella del paese di provincia, dov’è molto facile cadere nell’autocelebrazione, il vero artista resta con i piedi per terra. E che importa dei pregiudizi su un mestiere tanto bello quanto fatto di ostacoli: “Le persone come lei hanno sempre avuto il coraggio di essere libere e soprattutto se stesse, cosa che lei fa anche sulla scena e chi la conosce lo nota immediatamente”, aggiunge Monia. A differenza di Imma – il suo personaggio – Vanessa è molto razionale e paziente, non si scompone facilmente e non usa vestirsi con abiti sgargianti. Nonostante questo, il personaggio è (per chi la conosce) quasi una boccata d’aria fresca: “Finalmente ne può cantare quattro a qualcuno, anche se per finta”.
Dopo il successo di Imma Tataranni, la Scalera non è ancora tornata a Latiano, lei stessa non sa ancora cosa troverà al suo rientro, ma nel paese già si pensa a un modo per festeggiarla a dovere. Autenticità dicevamo, su questo aspetto sembrano essere davvero tutti d’accordo e ce lo conferma sin dalle prime parole che scambiamo con lei al telefono. E allora, adesso, andiamo a scoprirla.
Chi è Vanessa Scalera o come direbbero i nostri nonni: “A chi è figlia?” (ride) «Sono di Latiano, figlia di due infermieri e con un fratello. Nel 1996, all’età di 19 anni sono andata via dal paese per vivere a Roma e tentare di fare questo mestiere. Ero molto giovane ma determinata».
Prima di allora non aveva mai lasciato Latiano? «Ho sempre vissuto lì, ho fatto le scuole a Latiano, elementari e medie».
Invece dove ha iniziato a studiare teatro? Esistevano laboratori o corsi per ragazzi in paese? «No, allora non esisteva niente di tutto ciò, oggi non lo so. Io ho conosciuto il teatro proprio a Roma, è stato lì che ci sono andata per la prima volta».
E allora da dove nasce questa passione? «È un sogno che ho sin da piccolissima. Ho sempre detto che volevo fare l’attrice, non so neanche perché, non è dipeso da uno spettacolo o un film che ho visto e che mi ha attratto. Avevo solo un’enorme esigenza di esprimermi: leggevo molte poesie e provavo a interpretarle. I ragazzi degli anni ‘90 non erano così “imbarbariti” dalla televisione, come purtroppo sono oggi».
Guardava almeno la tv? «No per niente. In quel periodo in tv iniziava a passare la prima “spazzatura” ma non la guardavamo, eravamo molto più liberi: giocavamo per strada. Non è la televisione che ti offre la possibilità di diventare attore. Nella costruzione di un personaggio ci vuole altro, come la curiosità e la voglia di conoscere».
C’è stato qualcuno che l’ha ispirata – un insegnante o un parente – oppure è nato tutto spontaneamente? «È stata una scelta autonoma, ho avuto certo degli insegnanti che per esempio alle Superiori, quando ho proposto di recitare un monologo di Franca Rame, non mi hanno ostacolata. Io mi sono messa lì e ho recitato questo monologo da sola. E per me non è stato imbarazzante, non vedevo l’ora di esprimermi davanti a un pubblico».
C’è qualcosa in particolare che si porta dietro della sua terra, un volto o un aneddoto in particolare? «Mi porto dietro tutto il vissuto, il carico emotivo. Chi vive in provincia ha la possibilità di incontrare un’umanità variegata, tante tipologie di persone che in città si perdono perché è tutta un’omologazione, una grande massa umana che si muove. In paese questo non accade, ci sono veramente dei personaggi veri e propri e quindi il bagaglio di una donna che viene dalla provincia è enorme perché quelle facce le ha conosciute e assimilate».
Ci torna spesso? «Certo, assolutamente. Più sto in città più mi manca Latiano. Non sono scesa ancora dopo Imma quindi non so assolutamente che cosa accadrà quando tornerò ma di sicuro mi piace fare la vita di sempre, uscire con gli amici, ne ho acquisiti anche altri negli anni, ho le mie nipotine. Non mi rintano in casa».
Parliamo dei suoi genitori, come hanno preso questa sua decisione? «Sono felici e orgogliosi adesso. Ma anche allora, quando sono partita loro sono stati molto intelligenti, sono stati in silenzio, probabilmente soffrendo anche un po’ ma mi hanno permesso di andare via senza troppe lacrime né retorica. Se mi avessero detto “vai e segui i tuoi sogni” probabilmente sarei rimasta lì. Negli anni ho sentito il loro profondo sostegno, mi hanno lasciata andare».
Con i suoi personaggi – in particolare Imma e Lea Garofalo – ha sempre interpretato donne forti e soprattutto tutte meridionali, c’è qualche attinenza con il suo vissuto e magari con le donne della sua famiglia? «Sì, caratterialmente loro sono così, anche io sento di avere le stesse caratteristiche oltre che una tempra abbastanza particolare e forte quindi personaggi del genere mi calzano più facilmente».
Molti colleghi del mondo dello spettacolo, come i Negramaro e i Boomdabash provengono anche loro da piccole realtà pugliesi. Secondo lei, cosa potreste fare voi, volti noti, per dare lustro al territorio? «Sono le piccole realtà che dovrebbero fare affidamento su di noi, riconoscendoci un ruolo, altrimenti ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Non mi permetterei mai di arrivare a Latiano e dire “ti insegno io come si fa il teatro”. Se me lo venissero a chiedere sarei ben felice di farlo, altrimenti si rischia di passare per piccoli divi senza sostanza. Se la comunità è disposta ad accettare dei consigli rispetto a quello che uno fa, va bene. È normale che una persona può portare lustro alla città, penso ai Boomdabash che sono di Mesagne. Il loro successo scatena una grande ammirazione da parte dei loro concittadini ma a parte l’amore che le persone ti dimostrano, i contributi più concreti devono partire dalle realtà del paese stesso, altrimenti si parla solo in termini di orgoglio cittadino. So che di sicuro a Latiano sono tutti felicissimi di questa cosa, in parte anche a Mesagne (sono figlia di mesagnese). Io stessa, da salentina sono felicissima del successo di Boomdabash che conosco personalmente. Il nostro contributo lo daremo se ci verrà chiesto».
Quanto è stato difficile arrivare fin qui? Ci sono stati dei fallimenti? «È stato tutto in salita, all’inizio ci sono stati molti fallimenti (ride). È un percorso complesso, fatto di “no” ma anche di tanti “sì”. La vita di un artista è dura però l’ho scelta e ho deciso di combattere e seguirla fino in fondo».
Chi è stata la prima persona che ha creduto in lei? «Non ce n’è stata una in particolare, ho fatto tantissimo teatro, cimentandomi in tutte le tipologie: teatro di ricerca e sperimentale. Ho fatto le mie scelte che mi hanno portata anche a essere spesso fuori dai giri perché non mi interessava il teatro istituzionale, preferivo fare le cose che piacevano a me anche senza una lira».
Secondo lei il background teatrale conta rispetto a quelli che si formano direttamente in tv? «Ora non è più vera questa cosa, si è mescolato tutto. Gli attori di teatro fanno televisione e cinema, il teatro come esperienza per un attore sta diventando quasi comune. Il fatto che chi fa teatro è un attore migliore di chi non lo fa, è pura retorica. Un bravo attore è colui che sa fare benissimo teatro, cinema e televisione. È colui che passa attraverso queste tre forme d’arte con armonia. Insomma, se un attore è bravo si riconosce al primo colpo».
Da Imma a Lea è passata da un dialetto all’altro. Quanto è stato difficile cambiare il proprio modo di parlare? «A me piace molto lavorare con una lingua diversa, di base l’italiano con la dizione non esiste, diciamoci la verità, in pochissimi lo parlano in Italia. Un attore dovrebbe imparare a “sporcare la lingua”, non concentrandosi troppo sulla dizione (se non richiesto espressamente). Chi fa questo lavoro dovrebbe conoscere
la dizione ma poi dimenticarla perché non corrisponde alla realtà. Per me è fondamentale partire dal linguaggio per costruire un personaggio e in Lea è stato molto più facile perché il calabrese ha una sonorità molto più simile al latianese e all’aria salentina. Il materano è completamente differente, lì c’è stato uno studio più approfondito ma in entrambi i casi mi sono divertita tanto».
Qual è la sua espressione dialettale preferita? «Non saprei, il mio rapporto col dialetto è talmente profondo che a volte io penso e sogno in dialetto (ride)».
Quando le chiedono di dove è, lei cosa risponde? «Io dico sempre “sono di Latiano in provincia di Brindisi”, tutte le volte».
Qual è un personaggio che ti piacerebbe molto interpretare? «Deve essere ancora scritto, ma sicuramente a teatro sarebbe bello poter interpretare un uomo. Sarebbe un viaggio nell’ignoto».
Se non avesse fatto l’attrice, cosa avrebbe fatto? «L’attrice. Non c’è e non ci sarà mai un piano B».
Dopo questo successo improvviso sarà diventata ricercatissima. «Sono di base timida. Certo, una dose di egocentrismo c’è, altrimenti farei un altro mestiere, ma la sfogo nel mio lavoro. Tutto quello che c’è intorno, che siano interviste e ospitate in tv mi mette ancora molto in imbarazzo. La Tv non è un mezzo che conosco bene. Su questo forse sono ancora alle prime armi, devo imparare».
Qual è il consiglio che si sente di dare ai giovani attori, soprattutto quelli che vengono da piccole realtà? «Mi imbarazza dare dei consigli ma sicuramente di tenere i piedi per terra e non montarsi la testa. Non è per niente bello».
Ma anche tenere duro, no? «Relativamente, se una cosa ti piace non hai bisogno di tenere duro, la fai e basta. Nel mio caso questa è la cosa che volevo fare più di ogni altra. Se non riesci a reggere la pressione probabilmente non è per te. Fate ciò che volete ma studiate e fatelo seriamente, non pavoneggiatevi sin dai primi piccoli traguardi».
Progetti per il futuro? «Al momento sono impegnata con le riprese della serie di Matteo Rovere che si intitola “Romulus”. Poi ad aprile sarò a teatro con “L’uomo di legno” di Filippo Gili».
Filippo Gili, attore e regista teatrale, è il suo compagno da dieci anni. Vanessa tiene la sua vita privata lontana dai riflettori e da quando è «sostituto procuratore» è proprio coperta da segreto istruttorio.

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