domenica , 16 Giugno 2019
Il «pianeta sanità»: i rischi della autonomia regionale

Il «pianeta sanità»: i rischi della autonomia regionale

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COMUNICATO STAMPA Coordinamento provinciale “la Sinistra”

Il Servizio Sanitario Nazionale, oltre che tutelare la salute, nasce con l’obiettivo di superare gli squilibri territoriali delle condizioni socio-sanitarie del Paese, per rispettare l’art.32 della Costituzione per cui ogni cittadino in Italia ha diritto alle migliori cure possibili. I vari piani di rientro, i tagli continui e lineari fatti dai Governi nazionali in questi ultimi anni, sempre incentrati sulla riduzione di strutture e personale, il mancato turnover di infermieri e medici andati in pensione che ha determinato una grave carenza degli organici, la difficoltà o incapacità del livello regionale di fare politiche sanitarie di riqualificazione della rete ospedaliera e di potenziamento delle strutture territoriali, hanno portato, in generale nelle regioni meridionali, alla situazione attuale di sofferenza del sistema sanitario. Sono diventate sempre più marcate le differenze regionali nell’area della salute e sociali fra Nord e Sud, sia per quanto riguarda l’aspettativa di vita sia per la aspettativa di cura e i dati testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche adottate. Ormai in Campania e Sicilia si ha una speranza di vita alla nascita di 4 anni inferiore rispetto a Trento e alle Marche, ma mentre i fattori di rischio per la nostra salute restano distribuiti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, la disponibilità e l’accesso ai servizi sanitari penalizzano i cittadini del Sud e delle regioni centrali in piano di rientro. In Regioni come Lazio e Puglia l’aspettativa di vita negli ultimi 15 anni è scesa mentre la spesa sanitaria resta stabile, al contrario delle Regioni settentrionali, dove a un contenimento delle spese ha fatto riscontro un aumento della stessa aspettativa di vita. Un trend che si conferma anche guardando un altro indicatore, quello della mortalità evitabile, che diminuisce al Nord, resta stabile al Centro, ma aumenta decisamente al Sud, con punte del più 20 per cento in Campania dal 2001. L’aspettativa di vita in Italia si riduce al Sud e torna ai livelli del dopoguerra, questo dicono i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (2018), con un aumento delle diseguaglianze per i cittadini italiani, in fatto di tutela della salute, negli ultimi 15 anni. Anche la mortalità in senso stretto è più alta al Sud e non perché ci sia una maggiore incidenza di malattie rispetto al resto del Paese, tant’è che al Nord, ad esempio, ci sono più casi di tumore alla mammella, che fa però più morti al Sud. In Campania nel 2017 gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; nella Provincia Autonoma di Trento 81,6 gli uomini e 86,3 anni le donne. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-Est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne. Le Province più longeve sono quelle di Firenze, con 84,1 anni (media uomini e donne) di aspettativa di vita seguite da Monza e Treviso; Brindisi ha una aspettativa di 82,11 anni, meglio di Taranto che ha un’aspettativa di 81,4. Colpisce anche la minor aspettativa di vita che hanno le persone meno istruite, perché anche la laurea può fare la differenza. In Italia, un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede una laurea. Tra le donne la differenza è minore, ma sempre significativa: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate. Disuguaglianze acuite anche dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari che penalizzano la popolazione di livello sociale più basso con un impatto significativo sulla prevenzione, sulla capacità di diagnosticare rapidamente le patologie e poterle curare. Altro tema significativo è la mancata applicazione della Legge 194/78, diffuso in tutta Italia, per il massiccio ricorso alla obiezione del personale sanitario, con una media nazionale del 70%, ma con percentuali più alte al Sud, tanto che in Puglia la media è dell’86% (a Brindisi, ad esempio, nelle strutture pubbliche quasi tutti i ginecologi sono obiettori).

L’analisi dei dati che lo stesso Ministero della Salute fornisce, circa il fenomeno “mobilità passiva”, appare drammatica, in termini di numero di prestazioni effettuate da cittadini di Regioni del Sud in strutture sanitarie di Aziende di Regioni del Nord Italia e per il costo conseguente. Ad esempio la Lombardia ha un saldo positivo per la mobilità di 692.053.011 e la Emilia Romagna di 326.960.349, nel 2017, mentre la Campania ha un saldo negativo di -302.332.389 euro e la Puglia di -191.689.079 euro stesso anno (dati Ministero della Salute).  La mobilità passiva extra regionale è un aggravio di spesa per le ASL delle Regioni Meridionali,  un’emorragia di denaro pubblico e privato: l’analisi dei costi di tale mobilità dovrebbe includere infatti oltre ai costi delle prestazioni sanitarie e ricoveri anche i costi di trasporto di paziente ed accompagnatore, di soggiorno e produttività persa anche per l’accompagnatore. Anche per quanto riguarda il nuovo sistema di garanzia 2018 dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), in vigore dal 1 gennaio 2019, per l’area della Prevenzione, Distrettuale e Ospedaliera, le Regioni che garantiscono i LEA sono quasi tutte al centro nord (ad esempio la Lombardia ha un punteggio per le aree predette di 80.92, 69.12, 69.12; la E. Romagna di 70.27, 83.14, 84.83; la Toscana di 70.73, 80.50, 89.13). Le Regioni a rischio di non garantire i LEA sono quasi tutte al Sud (ad esempio la Puglia ha un punteggio rispettivamente di 55.68, 58,75, 59.27; Calabria di 51.39, 48.71, 53.35; la Campania di 50.21, 29.05, 25.41).

Ormai è chiaro il depotenziamento in atto del Servizio Sanitario pubblico a favore del privato anche accreditato (che viene pagato sempre con soldi pubblici), con una tendenza verso la costituzione di grossi gruppi privati, sempre più forti. Secondo un recente studio della “Bocconi” la Puglia si attesta come prima regione del Sud per la spesa pro capite per cure private, sui 505 euro/anno. In cinque anni la Puglia ha visto aumentare la spesa media di 150 euro, un aumento non giustificabile con una migliore condizione economica della popolazione visto che tutti gli indicatori dicono che dal 2012 ad oggi il Pil medio è rimasto pressoché immutato. E’ evidente che c’è qualcosa che non funziona nell’offerta delle ASL delle Regioni meridionali, non in grado di rispondere al meglio al bisogno di salute delle popolazioni.

Altra evidenza è che nel nostro territorio il tempo di accesso alle prestazioni diagnostiche e terapeutiche nei servizi pubblici supera ormai sempre più spesso i tempi massimi di attesa, che per le prestazioni differibili  devono essere 30 giorni per le visite  e 60 giorni per gli accertamenti diagnostici. Le liste di attesa sono spesso così lunghe da far dirottare le persone verso il privato o che, per chi non ha disponibilità economica e per tutte le fasce deboli della popolazione, si debba fare la scelta di non curarsi  affatto. Gravi sono le responsabilità della politica che dovrebbe garantire la tutela dei cittadini, in particolare delle fasce deboli: i poveri, gli anziani, l’area della salute mentale e delle dipendenze, i portatori di disabilità, gli immigrati…, quelli che non possono ricorrere alle cure dei privati né fare i viaggi della speranza nelle strutture sanitarie delle Regioni «virtuose». Guardando alle Regioni “virtuose” del Nord si è visto che i processi di riorganizzazione devono affrontare inevitabilmente alcuni nodi critici:

  • il ridimensionamento ma anche la riqualificazione della rete ospedaliera;
  • il potenziamento dei servizi territoriali distrettuali (residenziali, semiresidenziali, domiciliari) e dipartimentali (DSM, Prevenzione, Ser.D);
  • l’integrazione fra ambito sociale e sanitario;
  • il governo degli accreditamenti e delle spese per beni e servizi e della assistenza farmaceutica.

Proprio dove si è proceduto con processi non solo di chiusura di servizi ma di riconversione e riqualificazione della spesa, di lotta concreta  agli sprechi e al malaffare, di controllo della qualità assistenziale, attraverso programmi di medio/lungo periodo, la riorganizzazione ha pagato anche in termini economico-finanziari. Va certamente sollevato il problema di finanziare adeguatamente il Fondo sanitario nazionale e regionale per dire basta al ridimensionamento  del Servizio Sanitario Nazionale pubblico, difenderlo e potenziarlo contro la privatizzazione.

Alcune Regioni del Nord hanno finanziamenti più cospicui rispetto alle regioni del Sud (per numero di abitanti, fasce di età della popolazione, spesa storica,…), ma vi sono regioni come Lazio e Campania che hanno un riparto del Fondo sanitario Nazionale di oltre 10 miliardi di euro, superiore al riparto di regioni del Nord, come Toscana, Veneto, E. Romagna (Regioni «virtuose»). La stessa Puglia ha un riparto di  circa 7 miliardi e 250 milioni di euro per il 2017, un budget comunque tale da far pensare: si può garantire la universalità d’accesso alle prestazioni sanitarie ed i servizi sanitari essenziali ai cittadini pugliesi? Certamente la autonomia delle Regioni del Nord porterà a stressare vecchie problematiche delle Regioni del Sud, con il rischio che si possa aggravare il gap esistente soprattutto se non si avvierà un cambiamento organizzativo e della politica sanitaria delle nostre  Regioni. Va garantita la qualità del lavoro, con particolare riferimento alle dotazioni organiche di personale sanitario (medici, infermieri, OSS), ai servizi di supporto (pulizia, vitto, logistica, ecc.) e alle dotazioni tecnologiche e va garantita la riconversione/riqualificazione della rete ospedaliera residua, affrontando i nodi critici che le regioni del Nord hanno già affrontato. Vanno potenziati i servizi territoriali, che siano in grado di garantire iter diagnostici-terapeutici rapidi, efficaci ed efficienti e la presa in carico territoriale. Va governata la spesa farmaceutica, favorendo la cultura della appropriatezza prescrittiva e non un mero controllo burocratico; lo stesso vale per la prescrizione di esami e indagini strumentali. Va fatta una attenta programmazione del numero di  specialisti che devono essere garantiti dalle Università, soprattutto per alcune specialità mediche (rianimazione, radiologia, psichiatria, ortopedia…). Si deve risparmiare investendo nella qualità dei servizi e ristrutturare il «Pianeta Sanità» (non chiudere per risparmiare), investire e avviare un circuito virtuoso per dare risposte reali alla domanda di salute delle nostre popolazioni. Solo se si investe nella qualità dei servizi e nella valutazione attraverso riferimenti epidemiologici, indicatori di percorso, di esito e appropriatezza organizzativa, si può avviare un processo virtuoso dalla prevenzione alla cura e riabilitazione e si può pensare di realizzare nel tempo un risparmio e ridurre le differenze fra i territori. Nel frattempo: «speriamo che io me la cavo»

Brindisi 21 maggio 2019 Dott. Fulvio Picoco Resp. Sanità “La Sinistra” Brindisi

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