
Davide Daloisio
(di Davide Daloisio) Una pausa interminabile dopo il tuo nome. Non esistono parole dopo una morte così. Improvvisa, che fa male e non ti lascia respirare. Io ho avuto il Privilegio di condividere tanti momenti fraterni.
Perché come dicevamo sempre “Noi Africani” ci capivamo subito con semplicità . Eri un ragazzo genuino, e questo lo si vedeva nei tuoi occhi ma soprattutto nelle tue azioni. “Noi Africani” amavamo stare insieme, ridere e scherzare. Ci abbracciavamo sempre fortissimo. Eri un Grande Amico. E poi tifavi il Napoli come mio nonno. Quando giocavamo a calcio, tu ti preoccupavi per il mio Cuore capriccioso e mi incitavi con quel “Vai Gattuso” un po’ in francese.
Un giorno, prima della partita, mi regalasti il tuo paio di scarpe da calcetto. È uno dei ricordi della tua grandezza umana. Basterebbe solo questo gesto per raccontarvi chi era Armel. Un ragazzo umile, altruista, un guerriero che aveva superato ogni difficoltà , capace anche di farti un regalo pur di vederti Felice. Una volta ti chiesi di raccontarmi com’eri arrivato in Italia. E Tu con quegli occhi neri mi facesti tuffare nelle più crude sofferenze passate nei campi libici. Eppure era entusiasmante vedere la tua forza davanti a tutte quelle ingiustizie vissute. Arrivato in Italia superasti di gran lunga qualsiasi altro, perché tu avevi tanta umiltà e voglia di imparare. Così imparasti da zero a fare l’operaio metalmeccanico. E non eri un’operaio qualunque.
Diventasti in poco tempo il miglior operaio della tua azienda, capace di utilizzare anche macchinari avanzati e adoperare il taglio laser. Per arrivare lì, avevi dovuto fare tanti sacrifici e avevi stretto la cinghia. In quel momento prendesti coraggio e chiedesti permesso di poter parlare nell’ufficio del capo. Così entrato, con l’educazione che ti contraddistingueva, spiegasti che non riuscivi a vivere con quel misero stipendio e che dopo l’affitto a te non rimaneva niente per mangiare.

Armel Dabré
Allora il capo ribattè: “Tu quanto vorresti?” e Tu di risposta: “Decidi Tu capo, a me serve solo il necessario per vivere”. Alla fine il capo davanti al tuo educato coraggio dovette capire che aveva davanti a se una persona speciale. Perché subito dopo decise di aumentare lo stipendio, e questo ti permise di fare tutto il possibile. Avevi preso la patente e avevi anche acquistato una bella Grande Punto blu notte, quasi nera come l’Africa. Mamma Africa! Che Tu non vedevi da almeno 4 anni.
E che ogni volta ti chiedevo di raccontarmela. Piatti preferiti, animali, la famiglia, la Costa d’Avorio e la tua infanzia. Ma anche qui la tua semplicità non era passata inosservata tanto che intorno a Te c’erano sempre tantissimi amici. Una sera sotto la Porta Grande un gruppo di ragazze leccesi si avvicino a salutarti. Parlavate francese e io non ci capivo molto. Ma la mia curiosità venne catturata da una parola: “Golden Boy”. Ti chiamavano così. E quando chiesi il perché. Loro mi risposero che eri un ragazzo d’oro…avevano ragione Armel. Eppure Tu più dell’Oro stimavi Dio e Suo Figlio Gesù. Eri una persona con una cultura, un’educazione e una spiritualità enorme. Da almeno 6 anni avevi scelto di avvicinarti a Dio e studiare la Bibbia come cristiano testimone di Geova e avevi scelto anche di dedicare la tua vita nel servire Dio e avere cura degli altri. Cosi dopo lavoro ti davi sempre da fare in opere di volontariato, stando vicino a chi soffre, parlando delle promesse e del nome di Dio.
Non ti concedevi mai un attimo. Da alcuni anni ci vedevamo poco perché avevi scelto di servire nella Congregazione in lingua francese a Lecce. E Tu eri Felicissimo di questo, tanto che la nostra ultima conversazione, qualche settimana fa, è stata proprio su questo. Credevi fermamente nelle parole di Gesù e in un Paradiso Terrestre presto ristabilito. Anche per questo ci volevamo molto bene, perché avevamo anche la fede in comune. Ogni volta che mi incontravi, mi dicevi: “Grande David” e ci abbracciavamo fortissimo. E a noi africani bastava questo per essere felici. E io ti rispondevo che eri Tu quello Grande. E lo eri davvero Armel. Immaginare la sofferenza e il dolore della tua povera mamma, dei tuoi fratelli e delle tue sorelle in Costa d’Avorio spezza il mio cuore in mille pezzi. Tu mi consideravi un fratello Africano e io un fratello mesagnese. E ogni tanto mi dicevi: “Davide tu ami troppo Mesagne!”.
La verità è che anche Mesagne amava Te. Oggi grazie al tuo esempio anche noi siamo figli africani. Il vuoto che lasci è immenso. Addio Armel. Mercì beaucoup!