(Marco D’Errico, giornalista e docente di filosofia) Ho calpestato da sempre tombini con il simbolo fascio, guardando con spontanea reverenza quella statua di marmo bianco posta a margine del viale di accesso al camposanto. Simboli del Ventennio tangibili come in pochi altri luoghi. Eppure, non ho mai sentito nessuno che si è mai sognato di contestare quei simboli. Sono stati assimilati nell’immaginario collettivo, come è avvenuto per le lapidi di partigiani impiccati dai nazisti a ridosso della Linea Gotica e in Emilia Romagna. Non c’è nulla di male in questo. Il sacrificio va ricordato e rispettato, a prescindere dal colore della divisa. Nel Brindisino i simboli della Resistenza sono pressoché assenti, tranne rare eccezioni, come nel caso del partigiano francavillese Antonio Somma, degnamente celebrato dai concittadini. Abbondano invece i segni della monarchia e del fascismo: basti pensare alla toponomastica, dove spicca Corso Umberto o Piazza Vittorio Emanuele, mentre a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, c’è piazza Lenin. A Brindisi c’è la Fontana dell’impero appena restaurata: perché a Mesagne non può esserci una statua del generale Messe?
“Nemo propheta in patria”, recita la locuzione latina, esprimendo una verità raramente smentita.
Se siamo così antifascisti da contestare addirittura la discussione in Consiglio comunale di uno spazio commemorativo per il Maresciallo d’Italia, allora perché non promuoviamo una campagna per “defascistizzare” il territorio anche in nome della furia iconoclasta in atto?
Non credo che sia una priorità, né questa né l’Antifascismo postumo, dunque questo livore da cosa nasce?
Non basterebbe una ermeneutica dei valori del luogo a spiegarlo.
Forse, più banalmente, si tratta di contrapporsi per affermarsi, oppure di ingiustificati sentimenti di avversione e odio.
Lasciamo che Mesagne racconti con un simbolo un concittadino illustre. Poi, come è stato fatto con la statua di Indro Montanelli a Milano, possiamo contestare il simbolo, magari evitando di imbrattarlo di vernice, ma esprimere democraticamente tutto il nostro eventuale dissenso.
Ma se impediamo addirittura di esporre un busto o un epitaffio, allora non possiamo dirci democratici.
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Analisi perfetta…ma si sa ‘.in Italia siamo bravi maestri dell’ipocrisia…onore al militare MESSE.