(da MAGAZINE SportinPuglia) Il nostro viaggio alla scoperta degli eroi dello sport pugliese ci porta nel mondo delle arti marziali a conoscere Carlo Molfetta da Mesagne (Br), leggenda del taekwondo italiano e internazionale.

Gli autografi di un predestinato
Mesagne, provincia di Brindisi, 1989.
Carlo è un bambino di cinque anni particolarmente irrequieto persino in casa, tanto che la mamma lo chiama “scimmietta” perché si arrampica ovunque e, non di rado, fa pure qualche danno. Ogni tanto, quasi per disperazione, chiede a papà Eupremio di portarlo con lui nella scuola dove va ad esercitare la sua passione, il taekwondo, quantomeno per farlo sfogare. Carlo diviene subito la mascotte della palestra, guadagnandosi anche qui un soprannome che è tutto un programma: “Attila”. Col tempo l’infaticabile Carlo comincia a praticare anche altri sport come il calcio, la pallacanestro o la ginnastica artistica ma è il taekwondo ad attirarlo più di ogni altra cosa. Sul tatami sente di dipendere solo da sé stesso: lì non sarà per colpa di qualcuno che non ha dato il massimo se uscirà sconfitto e se vincerà saprà che sarà stato solo per merito suo.
Così comincia a prendere l’arte marziale sempre più sul serio. E non potrebbe essere altrimenti se ad allenarti è Roberto Baglivo alla Marzial Mesagne, una delle più importanti e titolate accademie d’Italia per questa disciplina sviluppatasi negli anni ’40 in Corea del Sud e che proprio alle Olimpiadi di Seul ’88 troverà per la prima volta visibilità, ma a titolo puramente dimostrativo.
A metà degli anni ’90, però, il CIO annuncia finalmente che a partire da Sydney 2000 il taekwondo entrerà a far parte del programma olimpico ufficiale. Per Carlo Molfetta, dodicenne che ha da poco iniziato a misurarsi con le prime gare ottenendo buoni risultati, è un’epifania: il sogno di partecipare e vincere le Olimpiadi diventerà la molla che lo spingerà oltre i limiti della fatica ad ogni allenamento. È talmente entusiasta che a scuola comincia a lasciare autografi su diari e quaderni con su scritto: “Con amicizia Carlo Molfetta, campione olimpico”. Come ammetterà lui stesso, in quel gesto c’era un po’ di tutto: strafottenza, sicurezza, consapevolezza, sbruffoneria. Ma soprattutto tanta capacità di sognare, di proiettare nella propria testa un futuro che in quel momento pareva insensato e di vederlo nitido. Così nitido da trovare, giorno dopo giorno, la forza e la costanza di poterlo realizzare, come solo i grandi campioni sanno fare. Non fu forse un certo Diego Armando Maradona che, ancora sbarbato alla sua prima intervista da calciatore, proclamò: “Ho due sogni: il primo è giocare un Mondiale, il secondo è vincerlo”?
La dura lezione di una sconfitta
Nel 2000 Molfetta ha sedici anni, non è ancora maturo per andare in Australia, ma comincia a farsi notare nel giro della Nazionale Azzurra vincendo il Campionato Mondiale Juniores e l’anno successivo, ancora minorenne, arrivando secondo ai Mondiali Seniores. Carlo è definitivamente pronto per spiccare il volo: nell’estate del 2001 saluta la Puglia e si trasferisce a Roma presso il Centro di Preparazione Olimpica dell’Acqua Acetosa, inserendosi in pianta stabile nel Raduno Permanente. Sotto le cure dirette della Federazione, che vede in lui un diamante da sgrezzare in vista delle Olimpiadi di Atene 2004, completa gli studi presso il Liceo “Pirandello” e continua a vincere: oro alla Coppa del Mondo nel 2002; oro alle Universiadi del 2003; argento agli Open di Zagabria sempre nel 2003; argento ai Campionati Europei del 2004; e la tanto agognata qualificazione alle Olimpiadi di Atene, previste proprio in quell’estate.

Carlo arriva in Grecia pieno di speranze e aspettative: dall’alto del suo metro e ottantatre carico di muscoli, sa di essere forte, agile, veloce. Con le sue braccia e gambe lunghe riesce a tenere a distanza gli avversari e poi li colpisce. Duro e rapido. Nonostante i suoi vent’anni è il favorito per la medaglia d’oro nella categoria -68kg insieme all’iraniano Hadi Saei. Ma il sorteggio, che non prevede teste di serie, li mette uno di fronte all’altro già al primo turno. La spacconaggine di Molfetta si scioglie all’improvviso sul tatami: Saei lo elimina impietosamente e si invola verso l’oro che poi infatti conquisterà. Per Carlo è una batosta senza precedenti. Il sogno olimpico svanisce prima ancora di cominciare. E con esso quell’aurea di invincibilità che, complice anche l’ingenuità tipica della gioventù, credeva non potesse essere mai scalfita.
La sfida del salto di categoria
Lui che non ha mai scansato la fatica, che ha sempre gettato fino all’ultima goccia di sudore negli allenamenti per riuscire a centrare quel traguardo a cinque cerchi, ora si sente inaridito. Non riesce a tornare quello di prima, è l’ombra di sé stesso nella mente e nel corpo. Un corpo che accusa il colpo e somatizza la delusione, cessando di essere quella corazza che lo aveva sempre protetto da tutto e andando incontro ai primi infortuni. Anche particolarmente gravi, specialmente alle ginocchia. E quando riprende a vincere, come agli Open di Svezia e USA nel 2005, subisce delle ricadute. In tre anni è costretto ad operarsi cinque volte con tutto ciò che ne consegue: mesi di inattività, fisioterapia, lunghi recuperi e nuvole nere che si addensano nell’anima.
Paradossalmente la svolta arriva proprio nel 2007, quando capisce di non poter partecipare alle Olimpiadi di Pechino 2008. A distanza di tre anni Molfetta riesce a ristabilire un equilibrio interiore rielaborando il cocente ko di Atene come si fa con i lividi quando si esce dal tatami. Dove ho sbagliato? In cosa posso migliorarmi? Il pugliese Molfetta mette così da parte la vanagloria adolescenziale per dare spazio a una sana voglia di rifarsi e riprendersi quel sogno olimpico che non si è mai sbiadito.
Nel frattempo, però, a Pechino 2008 brilla la stella di Mauro Sarmiento, che conquista l’argento proprio nella categoria -68: è la prima medaglia olimpica per il taekwondo azzurro, il cui movimento è in crescita ma non può ancora permettersi una lotta intestina tra due primedonne. Così Molfetta riceve dalla Federazione una proposta ai limiti del folle: saltare una categoria e diventare peso massimo. In uno sport in cui si lotta con il peso e in cui gli atleti cercano di perderlo per gareggiare nelle categorie più semplici, lui è chiamato a ragionare al contrario, misurandosi con avversari dalla costituzione più robusta e cambiando radicalmente il suo modo di combattere. Molfetta però non ha tanta scelta: pur di avere una chance a Londra 2012 accetta e comincia a lavorare di più con pesi e bilancieri al fine di aumentare la massa. In due anni di carichi massacranti prende circa 30kg e, dopo i tre secondi posti del 2009 agli Open di Germania, Spagna e ai Mondiali, nel 2010 ritorna sul gradino più alto del podio agli Europei e ai Campionati Mondiali Militari.

Incubo maliano
Nel 2011 Carlo Molfetta è di nuovo al top della forma: arriva terzo al Mondiale ma vince l’oro agli Open d’Olanda, staccando il pass per le qualificazioni alle Olimpiadi di Londra a Kazan, in Russia. Nella sua categoria +80, però, c’è un altro campione che sta facendo parlare di sé per i suoi trionfi. È il maliano Daba Modibo Keita, un armadio di due metri e zero sei per 112kg ma agile e scattante come una mosca. “Pugni e calci di marmo montati alla fine di braccia e gambe lunghissime. È capace di sdraiarti con un calcio in faccia restandoti ad una distanza tale che non riesci neppure a vedere di che colore sono i suoi stramaledetti occhi”, scriverà di lui Molfetta nel memoriale su The Owlpost. Nei suoi sogni olimpici irrompe un incubo ricorrente: l’imponente taekwondoka africano, che l’azzurro farebbe decisamente a meno di incontrare.
Alla vigilia di Londra 2012 la buona sorte sembra dare una mano a Carlo Molfetta. Keita, infatti, fallisce clamorosamente la qualificazione ai Giochi e per l’italiano è una liberazione. Che durerà poco, però, perché il CIO lo riammette con una wild card. Un inequivocabile messaggio che il destino sta consegnando a Carlo: per vincere, dovrà battere anche i suoi fantasmi.
Come Gulliver tra i giganti
A Londra Molfetta è poco più che una matricola nella categoria +80. Contro di lui, infatti, troverà i giganti più grandi e grossi del mondo: tutti, anche i più scarsi, sono almeno 15cm e 15kg in più del suo metro e ottantatre per 92kg. “Sembravo un bambino di terza elementare che si era perso nei corridoi delle quinte”, dirà. Di un bambino, però, il pugliese ha solo la voglia irrefrenabile di vincere alle Olimpiadi, con la faccia tosta e la convinzione che non gli hanno mai fatto difetto.
Il suo allenatore coreano Yoon Soon Cheul ha uno strano sorriso stampato in faccia mentre gli passa il foglio col sorteggio del tabellone degli incontri. Carlo è contento, pensa sia andato tutto liscio, ma poi gli corre un brivido lungo la schiena. In caso di approdo in semifinale, infatti, avrebbe dovuto affrontare colui che gli tormentava il sonno da mesi: Modibo Keita.
Sul tatami Molfetta è uno che non ha paura di niente, ma con Keita c’è qualcosa di diverso: nella sua testa è la rappresentazione perfetta di tutte le sue debolezze, dei suoi punti deboli, del suo timore di non farcela neanche questa volta. Il maestro prova a rincuorarlo: “Carlo non c’è niente di cui preoccuparsi: il tuo stile di combattimento è perfetto per batterlo”. Ciononostante, le notti che precedono il giorno delle gare sono insonni. E l’incubo sempre lo stesso.
Riscrivere la storia
L’11 agosto del 2012 Carlo Molfetta si presenta all’Exhibition Centre di Londra per riscrivere la storia: sua, del taekwondo e dello sport italiano. A differenza del 2004 è nettamente sfavorito, ma nel primo incontro regola agevolmente il tagiko Alisher Gulov per 7-3, esaltando il pubblico del moderno palazzetto inglese con uno stile spumeggiante e spavaldo. Quella spavalderia che emerge appena Molfetta indossa il dobok ma che a volte gli gioca brutti scherzi. Vinto il primo match in scioltezza, Carlo affronta il “bisonte” cinese Liu Xiaobo con superficialità, forse pensando già alla semifinale. Tra calci, finte, stanchezza, tensione ed euforia sugli spalti, gli arbitri favoriscono il cinese ribaltando un 4-2 in 4-5, salvo poi comminargli un’ammonizione per fuga dal campo. Trattandosi della seconda, però, gli costa il punto del 5-5 proprio alla fine del terzo round. Al Golden Point, l’azzurro la spunta con un poderoso calcione a 360° che gli causa qualche massaggio in più dal fisioterapista ma vale l’accesso alla semifinale.
Già la semifinale.
Mentre Carlo è nelle mani sapienti del dottore va in scena il quarto di finale tra Mali e Canada. Dopo soli 10 secondi Keita subisce un calcio alla mascella e va al tappeto. Molfetta si alza, non sembra credere ai suoi occhi. Ma l’africano ha una dannata corazza d’acciaio impiantata su un corpo ciclopico che si muove con la grazia di un ballerino. Si rialza, combatte, vince e passa il turno.
Quel colpo inaspettato del canadese, però, ha fatto scattare una miccia nella testa del taekwondoka azzurro: il maestro ha ragione, Keita non è invincibile. Keita si può battere.
Combattere i propri mostri
Quando sale sul tatami Carlo Molfetta vede dinanzi a sé un titano. Yoon Soon Cheul prova ad incoraggiarlo ma ormai non sente più niente, nemmeno l’eccitazione degli spettatori, salita ai massimi livelli. È solo con sé stesso, come ha sempre voluto essere, di fronte ai propri mostri e sa che quello è il momento di superarli: ora o mai più. Mesi e mesi di ansie, pensieri negativi e preoccupazioni evaporano in un istante: il tappo emotivo di Carlo Molfetta salta nell’attimo in cui si avviano le ostilità sprigionando tutta la classe e la potenza di cui è dotato. La spavalderia che altre volte lo ha tradito si trasforma in coraggio e in una voglia matta, assoluta, di vincere.
Tanto che parte con 15 secondi di anticipo anche perché, come scriverà la Gazzetta dello Sport, “è in ritardo di 8 anni con la storia”. Al primo calcio volante Keita è a terra: Carlo gli passa la gamba destra sotto la sua e lo colpisce al tronco per l’1-0. Il maliano prova a rispondere ma l’azzurro si para con pugno e spalla e va sul 2-0 a 20” dalla fine del primo round. Gli arbitri lo ammoniscono per “mancata combattività” ma quel giorno niente lo può scalfire e con un altro rapidissimo colpo fa il 3-0. Stavolta Keita s’arrabbia seriamente, recupera le distanze e gli sferra un calcio alla testa in ricaduta, recuperando sul 3-3. Da lì in poi saranno secondi lunghissimi. E pieni di botte: 4-3, 4-4, 5-4 e 6-4 per l’italiano, che sembra posseduto da un’aura divina e, come Davide, abbatte il suo Golia lasciandosi andare ad un’esultanza senza freni, saltando a più non posso e improvvisando un ululato infinito, dal soprannome The Wolf – il Lupo – che adesso ha nell’ambiente.

Il sogno diventa realtà
Arriva dunque il momento della finale alla ExCel South Arena. A sfidare il 28enne carabiniere di Mesagne c’è un altro gigante africano, il 23enne Anthony Obame del Gabon, caricato a pallettoni dal fatto di poter essere il primo atleta a regalare una medaglia olimpica alla propria nazione. Molfetta, al contrario, appare fin troppo rilassato dopo quello che per lui era stato il match della vita contro Keita. L’adrenalina gli è scesa di botto e, comunque vada, sa che sarà un ottimo argento per lui e l’Italia. Anche per questo, la partenza del gabonese è fulminante: 0-6, mitigata solo da un punticino nel finale. Non sembra esserci storia, per recuperare servirebbe un miracolo. A quel punto però, le telecamere londinesi indugiano sui due contendenti. Difficile che sul tatami ci si guardi negli occhi, solitamente si scrutano le spalle, perché è da lì che partono i movimenti da cui poi nasceranno i colpi. Ma sull’1-6, gli sguardi di Molfetta e Obame si incrociano. L’africano sembra quasi incredulo per quel vantaggio così semplice. Avrebbe l’oro praticamente in tasca ma indugia, quasi non capisce cosa gli stia succedendo. È la cosiddetta “paura di vincere”. Molfetta la conosce bene e sa che la paura di vincere è l’unica cosa più forte della paura di perdere. E sa che ne può approfittare. Con una scarica di colpi si riporta sul 5-6, ma un calcio in faccia del gabonese rimette il punteggio sul 5-9. Manca un minuto e la rimonta sembra davvero insperata. Carlo riesce a fare un punto ma poi inspiegabilmente si ferma. Proprio quando dovrebbe cominciare l’assalto finale, decisivo, sceglie di attendere. Il giovane taekwonda avversario ripiomba nell’incredulità, ma appena abbassa la guardia un attimo il Lupo gli sferra il calcio in faccia del 9-9.
Dopo i tre tempi regolamentari si va al Sudden Death, regolato dal principio del Golden Point ovvero: chi fa punto per primo vince. Ma in caso di ulteriore parità, il regolamento prevede che siano i giudici a dover premiare l’atleta che si è battuto con maggiore agonismo. E quando l’arbitro alza il braccio di Carlo Molfetta, il talento di Mesagne si inginocchia per terra commosso e parla al cielo. A piangere in quel momento non c’è solo un taekwondoka di 28 anni, ma anche un atleta di 24 martoriato dagli infortuni, un giovane di 20 che assapora per la prima volta il gusto amaro della sconfitta, un ragazzo di 16 anni che rinuncia alla sua adolescenza affrontando i sacrifici dello sport e, infine, un bambino di 12 anni che sognava a occhi aperti firmando autografi da campione olimpico.
Carlo Molfetta ce l’ha fatta: si è scrollato di dosso il peso di quell’ossessione che si portava addosso da anni. Un’ossessione a cinque cerchi che col tempo aveva assunto le sembianze di un gigante africano, anzi due, battuti per poter salire sul gradino più alto del podio. E con Obame, poi, si scioglierà addirittura in un abbraccio dopo la proclamazione, dando avvio ad un’amicizia sincera che prosegue ancora oggi.

L’eredità dell’uomo d’oro del taekwondo italiano
In un caldo sabato sera dell’agosto 2012 il taekwondo irrompe per la prima volta nelle case e nel cuore degli italiani con la medaglia d’oro olimpica appesa al collo di Carlo Molfetta. Grazie a quella vittoria, il pugliese entrerà di diritto tra le leggende dello sport azzurro, tanto da meritarsi il Collare d’Oro al merito sportivo insignito dal Presidente della Repubblica.
Dopo il trionfo del 2012, a Molfetta è stato chiesto di fare da riferimento, da “fratello maggiore” per l’infornata successiva di atleti che avrebbero costituito il necessario ricambio generazionale. Nel quadriennio che ha portato a Rio 2016 la Nazionale è stata rivoluzionata e sia Molfetta sia Erica Nicoli hanno mancato la qualificazione per un soffio, arrivando terzi alle gare continentali che mandavano ai Giochi i primi due. In compenso, però, l’Italia ha dominato a livello cadetto e juniores, lanciando segnali positivi per il futuro. Un futuro di cui a partire dal 2016, anno del suo ritiro, Carlo Molfetta si occupa in prima persona in veste di Team Manager della rappresentativa azzurra, contribuendo alla crescita di talenti come Simone Alessio (campione mondiale 2019) che sono germogliati ammirando e imparando direttamente dal loro idolo.
Non solo Nazionale, però: il mesagnese si prende cura dei giovani anche attraverso gli annuali “Carlo Molfetta Legacy Camp”, trasmettendo la propria esperienza nello sport come nella vita, dove inseguire il risultato come un’ossessione e non come un obiettivo rischia solo di alimentare le proprie paure, anziché ad aiutare ad affrontarle. Perché “sul tatami le tue difficoltà sono i pregi dell’avversario e così è nella vita: se non riesci a trovare la soluzione giusta per uscire fuori da una difficoltà, vieni travolto dalla stessa, così come in un combattimento sei vulnerabile all’atleta avversario”. Una lezione che conosce molto bene e che ora tramanda a chi verrà dopo di lui.

Carlo Molfetta si è ritirato dalle attività agonistiche a trentadue anni dopo avere vinto tutto: un oro olimpico; un oro, 2 argenti e un bronzo ai Mondiali; un oro, un argento e 2 bronzi agli Europei; una Coppa del Mondo; un oro alle Universiadi e ben 10 titoli italiani.
Con la voglia di primeggiare che lo ha sempre contraddistinto, è riuscito a far diventare una sconfitta più importante di tante vittorie, tramutandola nel propellente in grado di spingere il motore oltre i propri limiti fino alle vette sportive mondiali. Attraverso la passione e gli innumerevoli sacrifici in allenamento, ha coronato il sogno che coltivava sin da bambino sgretolando, colpo dopo colpo, fallimenti, paure e infortuni. E chissà se ancora oggi, che di autografi gliene chiedono a centinaia e non è lui ad apporli di nascosto sui diari degli amici, continua a firmarsi “Carlo Molfetta, campione olimpico”.
Luca Brindisino www.pennaverde.it