(di Massimo Alibrando*, nella foto) Abbiamo bisogno di una sovranità alimentare quale principio cardine politico-economico inteso ad affermare il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di cibo, basandole sulla piccola e media produzione. I Paesi devono poter definire una propria politica agricola ed alimentare in base alle proprie necessità, rapportandosi alle organizzazioni degli agricoltori e dei consumatori.
Tale principio politico-economico, mai come oggi tale bisogno è così impellente per non dipendere esclusivamente dalle grandi distribuzioni che ad onor del vero sono una sorta di ritorno al capitalismo, guerre, cambiamenti climatici, e le acque le agricolture iperintensive fanno un uso smoderato delle acque, per non parlare della qualità delle acque è prioritario affrontare percorsi fattivi di sostenibilità ambientale, garantendo piani di sicurezza alimentare concreti. Anche tramite controlli fitosanitari più rigorosi alle frontiere. La terra ha perso valore! Queste tematiche mi riportano agli aforismi per la nostra bella terra dell’opera letteraria mastodontica di Publio Virgilio Marone che, anche se non nato in Puglia, la designò come l’ultima spiaggia del suo pellegrinare tra gli splendori della Grecia antica: “Màntua me génuit càlabri rapùere”. Traduzione: “Mi ha generato Mantova, ma le Puglie mi hanno strappato alla vita”.
La sua dedizione si rivelò propizia per la nostra terra bruciata dal sole, nella quale emergere “l’ulivo frondoso paragonato al falso testimone, la cui parola cambia come l’ulivo sotto il vento!”. Il canto di Virgilio fu propizio per questa terra che successivamente, con il feudalesimo, aprì le porte al suo artista, il contadino della gleba che, con mezzi rudimentali, la mosse e ne fece quel paradiso che oggi ciascuno ammira.
Corsi e ricorsi delle storia che non cambia, poi passiamo all’era più recente di Giustino fortunato: L’uomo di terra di Puglia, nel momento in cui avrebbe dovuto raccogliere i frutti del suo duro lavoro, dovette affrontare la crisi della produzione e dei consumi. A cavallo tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, lo storico Giustino Fortunato studiò i problemi riguardanti la crisi del sud dopo l’unità nazionale, si interessò della questione meridionale, suggerendo una serie di interventi programmati. Giustino, mirando al problema di una riforma delle classi dirigenti del paese, come problema soprattutto delle sue campagne, dove solo una moderna capacità produttiva dei ceti agrari poteva garantire la civilizzazione delle masse contadine, e offrire un solido retroterra a qualunque ipotesi di sviluppo. Secondo lo storico, inoltre, la famiglia contadina doveva vivere nel predio e la mandria doveva costituire i profitti. Tali profitti dovevano provenire sia dal latte che dal letame, utile alla fertilità del terreno. Affermava che da queste pratiche si sarebbe ricavato un guadagno giusto e adeguato, rispettando la natura. Purtroppo nessuna di queste regole ha trovato applicazione nè prima nè dopo la sua vita.
A conferma di ciò, ci fu il continuo abbandono delle campagne da parte dei contadini. Bisognerà aspettare Alcide De Gasperi e Antonio Segni per frenare gli istinti di rivolta contadina, poiché essi istituirono la riforma fondiaria, imponendo ai grandi latifondisti un esproprio coatto nella realizzazione del grande progetto economico per il Mezzogiorno, di formazione della proprietà contadina, frazionando i grossi patrimoni terrieri. Oggi, i giovani, che prima erano fuggiti in direzioni diverse in cerca di lavoro, abbandonando questo grande patrimonio agricolo, storico, artistico e culturale hanno finalmente capito che tutto ciò deve essere protetto e salvaguardato per una migliore qualità della vita. Agricoltura come segno identitario per i nostri territori qui mi viene da citare Adelchi di Alessandro Manzoni quando parlava delle nostre campagne, di piante e di profumi, con l’augurio che, dopo tanti anni, il giardino d’Europa estenda i suoi confini: “Sugli atrii muscosi, sui fori cadenti, sulle arse officine roventi e sui solchi bagnati da servo sudore”.
Forse non è il nostro sudore ma quello dei nostri avi che, per loro merito trova il modo di far rivivere al giardino d’Europa le ore di grandezza che il quadrante della storia un tempo segnò. La sfida di madre terra che viene da lontano. L’attenzione verso il cibo è aumentata e anche le buone pratiche, perché riscoprire la possibilità di poter essere artefici nella produzione del cibo è stata una questione di massa, questo è avvenuto negli ultimi due anni, penso inoltre che questo ha portato più persone ad avere più coscienza rispetto agli sprechi, i nostri comportamenti alimentali ci portino ad un’attenzione maggiore alla sostenibilità.
* imprenditore agricolo