(di Felice Rizzo del 7Magazine, a sinistra nella foto) Noi allenatori siamo gente strana. Quando abbiamo bisogno di rilassarci, magari in vista di una gara che può decidere tutta la stagione della nostra squadra, cosa facciamo: distesi sul divano a leggere qualche pagina di un libro interessante? Comodamente stravaccati in poltrona ad assaporare un accattivante film scelto accuratamente nell’innumerevole rassegna di Netflix o Sky Cinema? Una passeggiata al mare, a gustare la leggera brezza marina di una giornata limpida e propinarci una pozione di aerosol naturale a base di iodio? Niente di tutto questo. Facciamo qualche chilometro in auto e…andiamo ad assistere ad una partita di basket!
E’ successo anche a me, nei giorni scorsi, in un pomeriggio libero da allenamenti o altri impegni personali: trovato posto in una tribunetta dell’impianto di gioco, su una scomodissima poltroncina in plastica che nemmeno mi conteneva interamente (ma di questo, forse, non era colpa sua), circondato da sostenitori delle due squadre giovanili che si affrontavano in campo. Partita interessante, peraltro molto equilibrata e combattuta fino alla fine; ma la mia attenzione, ovviamente poco interessata al risultato, è stata ben presto distolta dall’apprezzare il gesto tecnico del tal giocatore o dal valutare le soluzioni operate dai due colleghi (che comunque avrei tenuto per me come spunto per future riflessioni tattiche personali).
Alle mie spalle, infatti, i commenti incessanti dei tanti genitori presenti che non si sono limitati ad incoraggiare la squadra o magari il proprio figliolo, ma si sono avventurati persino in giudizi “tecnici” che di tecnico avevano solo la presunzione e l’arroganza di sostituirsi al tecnico del proprio figlio: “ma che sta aspettando quel deficiente a sostituire Francesco”, “tira, invece di passare sempre la palla a Giovanni”, “cambia mio figlio??? Ma mandalo aff….”, queste le pittoresche esclamazioni dei novelli Ettore Messina in tribuna. Un signore accanto a me ad un certo punto mi chiede: “qual è suo figlio?”. – “Non ho nessun figlio in campo, sono qui solo per vedere la partita”. – “Ah, ecco perché è così tranquillo e silenzioso”. E non so se la cosa deve farmi ridere o piangere: la serenità di uno che assiste ad una gara, secondo il pensiero corrente, è determinata unicamente dal non essere coinvolto emotivamente dalla presenza di un proprio congiunto in campo? Che tristezza! Rimugino, fra me e me: come sarebbe bello se i genitori la smettessero di fare gli ultras dei propri figli e tornassero a fare i primi educatori.
Ma il top viene raggiunto sul finire della partita da un accalorato spettatore una fila dietro di me: “14 minuti solamente a mio figlio, con tutti gli sponsor che porto alla società….eh, ma parlerò al presidente, questo ignorante lo deve cacciare via!”. E poi, con voce tonante rivolto al figlio: “Alex non andare a fare il grido, non ti meritano!”. Scoprirò così, prima di guadagnare una tonificante uscita, che l’Alex in questione sarebbe quel giovane vistosamente in sovrappeso di al meno 20 kg, particolarmente distintosi nella quantità di palle perse e nei mancati rientri in difesa ad aiutare i compagni; ma soprattutto dedicherò un accorato momento di comprensione verso il collega che ha riservato 14 minuti a quel giovane viziato, non tanto per esigenze aziendalistiche quanto per comprensibile devozione nei confronti di tutti i suoi giocatori.
Ma è così che i giocattoli si rompono: quando non si rispettano i ruoli in campo, quando i desiderata dei genitori diventano voce importante per le società, quando gli aspetti tecnici vengono condizionati da esigenze esterne al 28 x15. Torniamo a fare basket seriamente, per favore: ognuno con le proprie competenze, ognuno rispettosamente al suo posto e senza invasioni di campo, ognuno fortemente dedito unicamente alla crescita – tecnica e comportamentale – di questi nostri ragazzi.