(di Fernando Orsini*, nella foto) Al calendario dei giorni da ricordare, per la città di Mesagne sta per aggiungersi una nuova casella. Perché quello che vivremo il 10 luglio sarà sicuramente un giorno che la Mesagne che ha fatto la scelta di campo netta dell’impegno civile e della legalità, difficilmente potrà dimenticare.
Quelli dal palato fine diranno che ci son voluti oltre 20 anni da quando la storia ha avuto inizio, ma l’inaugurazione giovedì prossimo della “masseria didattica” in contrada Canali sui terreni confiscati al noto esponente della Sacra Corona Unita degli anni ’90 Carlo Cantanna, spalanca per davvero le porte, le finestre ed il cuore della Mesagne civile e realizza il sogno di quanti in questo Paese, Pio La Torre per primo, si sono battuti per la confisca dei beni ai mafiosi e del loro riutilizzo sociale.
Sì, perché quella che oggi viviamo è una storia che parte da molto lontano, precisamente nel marzo 1994, allorché venne disposta dall’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale di Brindisi – confermata dalla Corte d’Appello di Lecce nel Luglio 1995 e divenuta definitiva nel Gennaio 1996 a seguito della pronuncia della Corte di Cassazione – la confisca dei beni di Cantanna, costituiti da due fondi rustici ed un fabbricato rurale, patrimonio immobiliare di circa 20 ettari cui fu allora attribuito un valore di 430 milioni di lire.
E ci son voluti poi quasi 9 anni ancora (Novembre 2004) prima che giungesse al Comune di Mesagne la proposta della Direzione generale beni confiscati dell’Agenzia del demanio di Lecce di assegnazione di quei beni ed il Comune esprimesse il proprio parere favorevole per destinarli a finalità sociali affidandoli, con il supporto dell’Associazione “Libera”, a cooperative giovanili per la realizzazione di una masseria didattica. Successivamente, fu il Consiglio comunale con la delibera nr. 15, adottata nella seduta del 2 maggio 2005, che formalizzò l’acquisizione al patrimonio indisponibile dei beni confiscati, effettivamente consegnati il 13 maggio 2005 e concessi poi in comodato d’uso a titolo gratuito in favore della Cooperativa “Terre di Puglia Libera Terra” nell’aprile 2008.
Il resto è storia recente con l’approvazione del progetto, finanziato nell’ottobre 2011 dal Pon “Sicurezza per lo sviluppo” del Ministero dell’Interno per un importo di quasi 1 milione e 500.000 euro, per la realizzazione della masseria didattica che finalmente diviene realtà e per la quale – il lungo tempo di ‘gestazione’ dovrebbe scongiurare riserve e prese di distanza – dobbiamo essere tutti orgogliosi.
E pur essendo sicuramente lunghissimo il tempo impiegato perché quei beni confiscati alla criminalità organizzata siano stati trasformati in opere di pubblica utilità, alla fine dobbiamo ritenerci anche “fortunati” se è vero che i casi di mancato riutilizzo di immobili sottratti alle mafie e mai giunti in dirittura d’arrivo per essere destinati a finalità sociali sono ancora tantissimi, come denunciato anche in questi ultimi giorni dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi e dal presidente nazionale di “Libera” Don Luigi Ciotti.
C’è uno scarto insopportabilmente eccessivo tra beni sottratti alle mafie ed assegnazione degli stessi, ed il “caso Mesagne”, uno fra le migliaia, ne è [stata] la dimostrazione. Dei quasi 13.000 beni confiscati, oltre 1/3 sono ancora «congelati» in gestione all’Agenzia nazionale e non utilizzati, ed ancora peggio sono i dati riguardanti le aziende confiscate alle mafie. Su un totale di oltre 1.700 (131 delle quali si trovano in Puglia), quelle ancora in gestione all’Agenzia nazionale sono oltre 1.200, mentre le altre 500 sono uscite dalla gestione per essere destinate alla vendita, liquidazione o procedura fallimentare, con tutte le conseguenze negative che tale stato di cose comporta, soprattutto in termini occupazionali e delle attività di quelle stesse aziende. Per limitarci all’ultimo triennio, nel 2013 su 2.596 confische definitive, sono stati assegnati solo 162 beni; nel 2012, su 2.540 confische, sono stati destinati solo 86 beni e l’anno precedente, su 1.990 confische definitive, sono stati destinati appena 95 beni.
E’ del tutto evidente che l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, istituita nel 2010 per garantire, attraverso una cabina di regia nazionale, una migliore efficienza, non gode attualmente di buona salute per la scarsezza delle risorse umane e finanziarie destinatele. Necessita di un convinto e rapido rilancio, altrimenti non si fa altro che frustrare il lavoro eccezionale nelle fasi del sequestro e della confisca da parte di forze dell’ordine e magistratura, con le lentezze e le farraginosità nella fase delle «restituzioni» alla comunità. Se l’Agenzia non sarà messa nelle condizioni di operare con rapidità, divenendo uno strumento davvero efficace per restituire alla collettività le ricchezze e gli ingentissimi patrimoni sottratti alle mafie nello spirito della legge “Rognoni-La Torre” e di quella d’iniziativa popolare, fortemente promossa da “Libera” e sottoscritta da oltre un milione di persone, sul riuso sociale dei beni sequestrati e confiscati, difficilmente la lotta alle mafie farà quel salto di qualità da più parti sempre annunciato, auspicato, ma mai pienamente attuato.
Non invertendo la rotta quanto prima possibile, non si fa che aumentare il consenso nei confronti delle mafie, tuttora straricche, da parte di chi ritiene che con queste si lavora e con lo Stato si fallisce e si perde il lavoro. Dopo la fase del sequestro e della confisca non si può consentire che un’azienda fallisca, perché quel fallimento, oltre a costituire una totale incapacità di sfruttare una vera occasione di sviluppo ed un’inevitabile e drammatica perdita di posti di lavoro, mina la credibilità delle istituzioni e mette a repentaglio il concetto stesso di legalità nell’opinione pubblica, che potrebbe ritenere la confisca addirittura qualcosa di deleterio. Devono essere posti in essere tutti gli strumenti perché un’azienda sequestrata e successivamente confiscata possa continuare ad esercitare la propria attività, altrimenti finisce per apparire come causa di disoccupazione ed impoverimento del territorio, con giustificate reazione dei cittadini che pensano di essere doppiamente penalizzati, dalla mafia e dallo Stato. Spetta soprattutto a Governo e Parlamento considerare questo tema fra le priorità prevedendo, in particolare, il riconoscimento di benefici fiscali alle attività imprenditoriali che nascono sui beni confiscati e che oggettivamente operano in contesti sociali veramente difficili. Il recente dibattito parlamentare (Camera 16 e 18 Giugno; Senato 17 Giugno) sulle prospettive di riforma del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata presentata dalla Commissione parlamentare antimafia e l’approvazione pressoché all’unanimità in entrambi i rami del Parlamento della risoluzione presentata a sostegno della relazione della stessa Commissione antimafia, nella quale sono contenute alcune specifiche proposte di riforma per accelerare la destinazione dei beni confiscati, lasciano ben sperare circa la ripresa di una forte azione di contrasto alle mafie sul terreno loro più congeniale: l’accumulazione di ricchezza con il metodo della violenza e della sopraffazione con il quale costruiscono il consenso sociale. La sfida da lanciare senza alcun tentennamento è tutta sul terreno economico e non considerarla, come per lo più è stato fatto in questi anni, soltanto uno scontro ‘militare’. I mafiosi – ammoniva Giovanni Falcone – «vanno colpiti nel loro punto debole: ricchezza e guadagno».
Non è questa la sede per soffermarmi su tali aspetti, ma non posso concludere senza menzionare fra le buone pratiche di riutilizzo più riuscite in Italia, pur fra tutte le criticità evidenziate, proprio quella che riguarda i terreni siti incontrada Canali, su parte dei quali è stata realizzata la inauguranda masseria didattica. L’aver dato in gestione ad un’associazione presente sul territorio la gestione di beni confiscati, proprio come il Comune di Mesagne ha fatto con la Cooperativa “Terre di Puglia Libera Terra”, ha significato la completa valorizzazione di terreni confiscati, terre proprio in questi giorni – felice coincidenza – coltivate dai ragazzi volontari dell’Emilia che partecipano ai “campi antimafia”. Perché quella Cooperativa (che ora gestirà anche la Masseria), pur fra attentati, intimidazioni e difficoltà, oltre a dar lavoro a diversi giovani, ha prodotto in questi anni i beni della legalità(vino e tarallini) che ormai vengono degustati in varie parti d’Italia. Riprova che nel rispetto della legge, i beni sottratti alle mafie possono generare ricchezza e valore per la collettività, più e meglio delle organizzazioni mafiose. E di questo Mesagne non può che essere orgogliosa.
* Presidente del Consiglio comunale di Mesagne
Criminalità organizzata e beni confiscati. Per Mesagne un giorno da ricordare
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