
Giuseppe Tortorella
(di Giuseppe Tortorella)
La nostra casa era in periferia, nel rione Mater Domini (che prende il nome dalla chiesa dedicata alla Madonna), in un quartiere allora di recente costruzione, circondato ancora da vigneti, uliveti e aranceti. Bastava girare l’angolo per ritrovarsi nelle vigne o negli enormi agrumeti, ormai abbandonati e lottizzati, “ti li Milei” (probabilmente il soprannome di una famiglia che era stata proprietaria di quelle terre).
Quegli spazi, un tempo coltivati a mandarini e aranci – di cui era rimasto qualche esemplare sparso che saccheggiavamo regolarmente, nonostante i frutti fossero ancora “usci” (acerbi) – erano diventati i nostri campi da gioco. Il terreno si era trasformato in terra battuta, a furia di essere calpestato dai nostri piedi nelle intense e interminabili partite di pallone. Nonostante fossi uno dei più piccoli, il mio pallone “doppia gomma” – un regalo dello zio Renato e superiore al leggero “Super Santos” – mi garantiva un posto fisso nella squadra, seppur relegato in porta o al massimo in difesa, date le mie non eccelse qualità calcistiche.
Durante l’estate, chiusa la scuola, le giornate erano scandite dai nostri giochi. Indipendentemente dal punteggio, che poteva essere anche di 10-4 o 11-2, si concludeva la partita sempre al calar del sole con il classico “chi segna vince”. Intanto i richiami delle nostre madri si facevano sempre più insistenti: riecheggiavano in lontananza, come preghiere rivolte alla Mecca. Sentivamo i nostri nomi urlati e distorti con le vocali allungate all’infinito, che si diffondevano nella quiete della sera: “Antooooonioooooo, Giuseeeeeppeeeeeee, Giovaaaannniiiiiiii, Ciiiiiciiiiiiiiiiiiiiii”, ecc. Era quello il triplice fischio finale dell’arbitro che poneva fine alla partita di oltre 240 minuti!
Ovviamente si continuava a giocare davanti casa alla luce dei lampioni, dove seduti sui marciapiedi, si mangiava un bel pezzo di pane, esageratamente enorme, preparato amorevolmente dalle nostre mamme. Di solito la parte finale, dove si scavava all’interno alzando la mollica e riempiendo il tutto di sale, olio e pomodoro, oppure zucchero e vino, o frittata, peperoni, ecc., e si richiudeva di nuovo con la mollica. Non c’era nulla di più estasiante di quel pasto semplice e gustoso insieme agli amici, seduti sul cordolo dei marciapiedi. Sapori indimenticabili ed ineguagliabili.