(di Rita Verardi) Un bambino o un adolescente è vittima di atti di bullismo quando è esposto ripetutamente nel corso del tempo ad azioni offensive ed umilianti perpetuate da parte di uno o più compagni (Olweus,1986; 1991) con l’intento di danneggiare, insultare, violare la privacy. Si leggono spesso testimonianze allarmanti: “Ho smesso di andare a nuoto: i miei compagni di corso si divertivano solo a deridermi. Nello spogliatoio, nascondevano la mia sacca e mi rubavano i soldi. Smettere di frequentare la piscina è stata l’unica soluzione” (S. 13 anni); oppure “La terza media l’ho presa senza studiare. E’ stato facile: facevo il prepotente, in classe ero un bullo. Se sono andato avanti è perché i professori non ne potevano più: volevano liberarsi di me” (G. 14 anni).
Le nuove tecnologie e internet, che garantiscono maggiore anonimato e rassicura anche ragazzi più timidi, incentivano la perpetuazione di azioni diffamatorie e moleste. L’azione oscena e discriminante sfugge al controllo e non avendo un immediato riscontro sociale, toglie a chi agisce il senso di responsabilità. Ripetutamente nei corridoi del pronto soccorso arrivano vittime di atti diffamatori e umilianti: botte, calci, ferite gravi o autolesioni. Alcuni dati mostrano dei risultati davvero agghiaccianti: i bambini italiani sembrano essere coinvolti nel fenomeno del bullismo in modo quasi doppio rispetto ai loro coetanei europei (41 vittime ogni 100 bambini – 26 ogni 100 ragazzi). In particolare, il 20% delle vittime delle elementari e il 43% delle superiori dichiarano di ricevere telefonate anonime; alle medie il 30% delle vittime rivela di avere ricevuto telefonate di insulti. E questo è solo ciò che viene denunciato, un frammento di un puzzle più grande e spaventoso. Molto spesso, infatti, tra le vittime vince il silenzio, l’omertà dettato dall’ansia delle conseguenze, dal senso di colpa e dalla paura delle minacce ricevute, mentre il carnefice si sente orgoglioso di aver agito.
Cosa spinge il bullo a diffamare e ferire la vittima che invece rimane nell’ombra? Come si concatena il vortice nel quale entrambi vengono coinvolti? Il bullo presenta un temperamento iperattivo e uno spiccato impulso ad agire; mostra una certa forza fisica; ha imparato che la comunicazione è violenza perché forse ha assistito a esplosioni emotive in famiglia, non sa riconoscere e esprimere le sue emozioni, non è abituato al calore, alla cura, all’ascolto in casa. Oppure dalla stessa famiglia viene spalleggiato e difeso apertamente anche se sbaglia; si sente leader, al di sopra di tanti altri suoi coetanei “timidi”. La vittima è tendenzialmente timida, sensibile, a volte disabile, di un’etnia, orientamento sessuale e/o religioso diversi, proveniente da una famiglia umile; magari piccoletto di statura, ha poca fiducia in sé e negli altri. Non ha la forza o il coraggio di difendersi, tende piuttosto a sentirsi in colpa e teme successive ripercussioni. La vittima viene allontanata, isolata dai pari, che si alleano con il bullo, per timore o per ammirazione. E in questo scenario basta poco chè carnefice e vittima entrino in un circolo vizioso che si autoalimenta; si tratta di una situazione “relazionale” in cui, contemporaneamente, qualcuno prevarica e qualcun altro è prevaricato: l’azione del bullo (o vittima) determina una “retroazione” nell’altro che, a sua volta, condiziona l’azione successiva. Questo perché l’azione ostile verso la vittima è intensificata nel bullo dall’atteggiamento silenzioso e omertoso di chi è sottomesso.
Genitori ed insegnanti, già impegnati nell’ardua funzione di educatori, si trovano a scoprire che il bullo o la vittima sono proprio in casa, in classe, e che tutto è accaduto vicino a loro, ma senza accorgersene. Questo spaventa, colpevolizza e fa prendere provvedimenti immediati, dettati dall’ansia, dall’allarmismo di mettere le cose a posto, di rimediare. Soluzioni che arrivano quando ormai il bullo è forte nella sua veste da leader e la vittima ne ha già subite tante. Le conseguenze possono diventare nel tempo spaventose: il bullo crescendo e alimentando quell’impulso alla violenza, potrebbe non adeguarsi alle norme sociali, incorrendo in atti delinquenziali e abuso di sostanze. La vittima, introverso e con autostima bassa, potrebbe chiudersi ulteriormente nelle sue paure e timori sviluppando ansia, fobia e depressione; potrebbe mettere in atto comportamenti autolesionistici, abbandonare la scuola o lo sport, senza dare spiegazione, può farsi giustizia da sola in modo inadeguato, trasformandosi in bullo a sua volta. Basta poco per chi è timido, ma arrabbiato: una telecamera, una chat per nascondersi nell’anonimato e si resta incastrati in un labirinto contorto.
Cosa fare? Non è semplice districare la matassa. Ci sono alcuni accorgimenti preventivi utili. Si può aiutare la vittima a sviluppare autostima, insegnargli a chiedere aiuto e raccontare ciò che sta accadendo o è accaduto; aiutare il bullo a orientare la sua aggressività verso forme di gratificazione diverse (sport, arti marziali, nuove strategie ecc.), dandogli l’occasione di scoprire un nuovo ruolo all’interno delle reti sociali, perché possa vedere un’altra immagine di sè e del proprio rapporto con gli altri. Il gruppo che sostiene il carnefice potrebbe modificare la situazione sostenendo chi subisce a chiedere aiuto a qualche persona adulta di fiducia (scoraggiando la solidarietà con il bullo). Inoltre, per educatori, insegnanti e genitori si può ottimizzare l’informazione e la formazione circa il tema del bullismo; creare una rete di comunicazione che rafforzi e faccia da cuscinetto per salvaguardare i diritti dei più piccoli. Per migliorare la collaborazione con le famiglie è importante spiegare loro che i propri figli possono assumere diversi atteggiamenti a seconda degli ambienti in cui si trovano. Questo è utile per prevenire la sorpresa delle famiglie nello scoprire modalità di comportamento differenti a casa e a scuola. Sarebbe bello e utile che educatori e famiglia sappiano coniugare amore e regole, in modo da far valere la propria autorità in maniera armoniosa. Se da una parte è indispensabile elargire una regola sociale è anche importante creare affetto e fiducia; ascoltare desideri, necessità e bisogni dei più piccoli, perché persone con pensieri ed emozioni importanti. Sentendosi amati, protetti e accettati bambini e ragazzi probabilmente non incorrono nel silenzio (la vittima) o in atti digrignanti e umilianti per farsi valere e riconoscere (il bullo). Il messaggio è quello di imparare a riconoscere e comunicare emozioni, pensieri e fatti accaduti che preoccupano, saper chiedere aiuto e difendersi in modo adeguato, senza vendetta; saper sviluppare capacità di problem solving, accettare l’altro in quanto completamento e miglioramento di se stessi; comprendere che il confronto è indispensabile e utile, se fatto in modo adeguato e arricchente.
È incoraggiante leggere la testimonianza di questo ragazzo che vittima di soprusi ha avuto la forza di denunciare l’accaduto e dal silenzio delle prevaricazioni è emersa la sua voce che lo ha aiutato, ridandogli serenità: “Sono sempre stato al centro di prepotenze, se così si possono chiamare. Probabilmente ispiravo violenza, calci, pugni, spesso per giocare, ma non sempre. Ormai, grazie alla mia crescita, nessuno si azzarda più a farmi niente perché le persone si sono accorte che non accetto più ingiustizie, né fatte a me né agli altri “ (A. 16 anni). Denunciare è un passo difficile, fa paura, ma è fondamentale e indispensabile; l’intento è quello di riuscire a prevenire atti discriminatori e offensivi. L’età infantile e adolescenziale è delicata, per tutte le sfaccettature che ne emergono, ma è anche altrettanto bella: bambini e ragazzi dovrebbero sognare, desiderare e avere fiducia nel loro futuro, sperimentare che stare con gli amici è fonte inesauribile di energia per se stessi e i propri progetti. Ogni ragazzo ha il diritto di vivere la sua età nel benessere psicofisico, di sentirsi al sicuro in famiglia, a scuola e nei centri di ritrovo, per crescere, esplorare e sperimentarsi.