L’ex governatore fuori dalla magistratura (e senza compenso) dopo la nomina regionale, mentre il Consiglio superiore prende tempo anche in vista del referendum. C’è poi un problema tecnico: in lista d’attesa altre 15 domande che, se accolte colmerebbero il tetto dei magistrati fuori ruolo.
È finito in un limbo Michele Emiliano, fino all’8 gennaio presidente della Regione Puglia e dal giorno successivo in panchina, in attesa di sapere se il Consiglio superiore della magistratura gli consentirà di diventare consigliere giuridico del suo successore, Antonio Decaro, senza dover tornare a fare il magistrato e cercando in tal modo di tenere caldo il posto in lista per le prossime elezioni politiche.
Ma l’attesa sembra destinata ad allungarsi, perché nel clima infuocato che sta accompagnando la campagna elettorale per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, il Csm potrebbe aver deciso di non mettere ulteriore carne al fuoco delle polemiche e “rallentare” l’esame delle pratiche relative a magistrati che vogliono mettersi a servizio della politica. Questo farebbe infatti Emiliano, checché se ne dica sul ruolo puramente “tecnico” del consigliere, che comunque è un consulente alle dirette dipendenze del presidente della Regione, con un compenso da 130mila euro all’anno.
Il problema che lo riguarda, in realtà, non è legato solo alle contingenze ma anche a motivi tecnici ovvero il fatto che l’ex governatore pugliese è solo l’ultimo di un elenco di magistrati ad avere presentato, negli ultimi mesi, richiesta di essere mantenuto fuori ruolo. I panni del pubblico ministero lui li ha dismessi nel 2003, prima di candidarsi come sindaco di Bari e avrebbe dovuto rivestirli ora che non ha più incarichi pubblici, essendo sfumata a fine gennaio l’ipotesi che Decaro potesse nominarlo assessore. L’escamotage di indicarlo come consigliere giuridico è stata l’unica concessione del nuovo presidente ma ha bisogno del placet del Csm a cui è arrivata la necessaria richiesta da parte della Regione Puglia.
La pratica è allo studio della Terza commissione presieduta da Marcello Basilico, alla quale sono state sottoposte richieste simili da parte di una quindicina di altri magistrati. Il problema — che per Emiliano potrebbe diventare ostacolo insormontabile — è che la legge Cartabia ha ridotto da 200 a 180 il numero di giudici e pm che possono andare fuori ruolo, portando ad appena 40 quelli che possono essere assegnati a istituzioni diverse dai ministeri della Giustizia e degli Esteri, dal Csm e dagli organi costituzionali. Numeri che attualmente sono quasi stati raggiunti e che quasi certamente lo saranno dopo che il Consiglio superiore esaminerà le domande cronologicamente antecedenti a quella di Emiliano.
Il rischio, insomma, è che quando verrà il suo turno il numero di 180 fuori ruolo (o dei 40 in istituzioni diverse) possa essere già stato raggiunto. E che l’ex governatore resti con il cerino acceso in mano. Ovvero senza quell’incarico da consigliere giuridico che gli consentirebbe di non tornare a fare il magistrato e di non trasferirsi in una regione diversa dalla Puglia, in cui gli è vietato esercitare le funzioni. Per ora c’è di certo, che l’ex presidente è rimasto senza stipendio e, tra l’altro, ancora in attesa di capire cosa deciderà il Consiglio giudiziario di Roma (a cui la pratica è stata trasmessa per competenza da quello di Bari) in merito alla sua richiesta di ottenere la settima valutazione di professionalità, che gli consentirebbe di saltare a pie’ pari i 22 anni in cui è stato fuori ruolo e andare in pensione con il massimo livello.
Tra le speranze c’è anche quella che il Governo, come indicato da più parti, possa riformare la parte della Cartabia che ha fatto scendere a 180 il limite dei magistrati fuori ruolo, riportandolo a 200. Una possibilità non remota, considerata la quantità di giudici e pm a cui sarebbero stati promessi incarichi fuori dalle aule di giustizia.
Emiliano nel limbo: il Csm prende tempo
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