Bambini incastrati in labirintici scenari urbani, come piccoli Gulliver in cerca di spazio nel mondo. I personaggi di Millo (al secolo Francesco Camillo Giorgino) sono tra i più amati e riconoscibili della street art. In pochi sanno però che lo studio dell’artista (nato Mesagne nel 1979) si trova a Pescara. È in questo luogo di provincia, situato tra il Gran Sasso e il mare Adriatico, che nasce il suo stile onirico e infantile, esportato sui muri delle più grandi capitali del mondo.
L’INTERVISTA
D Partiamo dalle basi: quando e con quali ambizioni hai iniziato la tua attività di street artist?
R Non c’è stato un momento esatto in cui mi sono detto “da grande farò lo street artist”. Disegno da quando ho memoria, è sempre stato il mio modo di stare al mondo. Quasi per sfida e per curiosità, verso il 2005 ho iniziato a portare quei disegni sui muri, e da allora non mi sono più fermato. Non credo di poter davvero parlare di ambizione. Per me era semplice urgenza, quella di esprimermi, e in fin dei conti cercavo uno spazio in cui tutto potesse fluire con semplicità. Ho compreso “facendo” che il mio mondo riusciva a dialogare con quello vero, che le mie città e i miei personaggi vivevano nella realtà che mi circondava.
D Avere avuto una formazione da architetto ti permette di intervenire sugli edifici con uno sguardo duplice, più consapevole rispetto a quello di altri colleghi. I temi dell’urbanistica e dello sviluppo delle metropoli contemporanee sono aspetti che tornano anche visivamente nel tuo lavoro. E allora ti chiedo: come stanno cambiando le città?
R Sicuramente la mia formazione da architetto è il mio “set di attrezzi” invisibile. Se dovessi tracciare un asse cartesiano inserendo sull’ordinata il tempo e sulle ascisse i progressi, solo negli ultimi quindici anni credo si possa parlare di un reale miglioramento dello sviluppo delle metropoli, specie considerando l’ascesa di temi come la sostenibilità e la qualità della vita. Questo vuol dire che considero gran parte di quello che è stato creato in precedenza, tra gli Anni Settanta e Novanta, assolutamente aberrante. E ciò che è ancor più triste è quanto sia difficile migliorare gli interventi nati in quegli anni; mi riferisco all’Italia e a moltissime altre nazioni nella nostra identica situazione. Per fortuna ve ne sono delle altre da cui poter trarre ispirazione.
D Sei originario della Puglia, ma hai scelto Pescara come base. Che contesto hai intorno a te?
R Pescara è la città che mi ha adottato ormai da molti anni. Pescara è un posto strano: è stata rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, e tutto è paradossalmente nuovo, Anni Cinquanta e Sessanta. È una città che ha vissuto un forte fermento artistico fino al primo decennio del 2000 e che adesso sento annaspare. È innegabile che in seguito alla crisi economica che ha colpito un po’ tutta l’Europa anche Pescara non si sia davvero salvata; sono venuti a mancare molti posti di aggregazione, posti in cui la cultura era l’arma per combattere la vita di provincia, e quei pochi che restano stanno facendo molta fatica. È una città borghese con vista mare, che aiuta il respiro quando ci si sente stretti tra le sue vie. La mia vita in movimento mi aiuta a mettere a fuoco quello che in questo posto manca, e serbo dentro la speranza di una nuova rinascita.
D Sei spesso in giro per il mondo, appunto: Brasile, Giordania, Stati Uniti sono solo alcuni dei Paesi che ospitano i tuoi murales. Avere il tuo studio in una realtà di provincia è un limite alla tua attività di street artist “globale”?
R Molti mi chiedono se vivere qui sia un limite per una carriera globale, ma la risposta è assolutamente no. Semplicemente è un po’ più faticoso avere ciò che offre una grande città. Lo studio per me è un posto di passaggio, in cui mi concentro. Non credo farebbe differenza se si trovasse altrove.
D Da anni il dibattito sull’arte urbana è aperto. Al centro delle riflessioni c’è l’aderenza delle opere ai contesti in cui vengono instaurate. Quanto è importante il dialogo con la comunità, nel momento in cui si stabilisce di creare un’opera in un contesto cittadino?
R È fondamentale. Quando dipingo un muro non sto solo facendo un esercizio di stile: sto entrando a casa di qualcuno. Quella parete apparterrà alle persone che ci passano davanti ogni giorno e successivamente a tutte quelle che la osserveranno da remoto. Mi piace pensare che le persone possano rivedersi nei miei giganti, che le mie storie diventino un po’ anche le loro.
D Nel tuo caso come avviene il processo di lavoro? Esiste un’adesione al contesto? C’è uno studio della storia e dei valori locali, prima di iniziare la fase realizzativa?
R Prima di iniziare studio sempre il contesto. Ascolto la sua storia e le storie che chi mi invita mi racconta; cerco di assorbirne l’atmosfera, i valori e le fragilità. Quello che creo è ciò che quel luogo mi trasmette. Per me l’adesione al contesto avviene più per empatia che per documentazione accademica.
D l binomio street art-rigenerazione è sempre vero? I territori marginali hanno bisogno di arte per “rinascere”?
R Il binomio street art-rigenerazione è un tema delicato. L’arte non è la bacchetta magica che risolve i problemi strutturali di un quartiere: non porta servizi, non aggiusta le strade, non crea lavoro da sola. Però può essere la scintilla. Può cambiare la percezione che gli abitanti hanno del proprio spazio e accendere i riflettori su aree dimenticate. La rigenerazione vera è un processo sociale complesso; l’arte ne è la parte visibile, quella che regala dignità e bellezza a chi spesso non ne riceve.
D Viviamo in città sempre più sature di interventi di arte urbana; la street art stessa si è trasformata nel tempo da azione di protesta a strumento di decoro. Quale futuro vedi per questa disciplina? Ne percepisci un’evoluzione, anche in relazione all’evolversi dei contesti urbani?
R È vero, siamo passati dalla protesta al “decoro”, e il rischio di diventare un contenuto di marketing è reale. Tuttavia, credo che la street art continuerà a evolversi perché il bisogno di umanizzare le città non svanirà mai. Il futuro lo vedo in una maggiore integrazione con lo spazio: non solo dipinti bidimensionali, ma interventi che dialogano con il verde urbano, con l’architettura stessa e con le nuove tecnologie.
ALEX URSO DI ARTRIBUNE