A Mesagne non è in corso una normale discussione politica: è in scena l’ennesima guerra di potere travestita da confronto democratico. Altro che scelta condivisa del candidato sindaco del centrosinistra: qui si consumano veti incrociati, rancori personali e manovre di palazzo, mentre la città resta ostaggio di una classe dirigente che sembra più interessata a misurare i rapporti di forza che a offrire una visione credibile per il futuro.
Il convitato di pietra, anzi il vero dominus della partita, resta Toni Matarrelli. Tutti aspettano lui, tutti guardano a lui, tutti sanno che senza il suo via libera nessuno si muove davvero. Ed è proprio questo il punto politico più imbarazzante: dopo anni di narrazione civica e di presunta partecipazione, Mesagne si ritrova ancora appesa alle decisioni di un solo uomo. Un uomo forte, abile, capace, per carità . Ma possibile che un’intera coalizione non riesca a esprimere una leadership autonoma senza attendere il cenno del capo?
Il PD, dal canto suo, prova a battere un colpo con Francesco Rogoli, ma lo fa con la consueta miscela di disciplina apparente e debolezza sostanziale. Lo sostiene ufficialmente, certo, ma non riesce a imporlo davvero. Perché il problema è sempre lo stesso: il partito c’è sulla carta, ma il potere vero sembra stare altrove, nelle liste civiche, nei fedelissimi, nei cerchi magici che contano più delle strutture politiche. E così Rogoli rischia di essere il candidato di un partito che lo vuole ma non ha la forza di difenderlo fino in fondo.
Poi c’è Gino Vizzino, figura che avrebbe potuto rappresentare una mediazione politica e che invece finisce intrappolata nella più classica delle faide locali. Non si discute di progetto, non si discute di città , non si discute di prospettive amministrative: si discute di chi deve stare dentro e di chi deve essere tenuto fuori. In altre parole, la politica ridotta al suo grado zero: gestione del potere, controllo degli equilibri, esclusione degli scomodi.
E mentre nel centrosinistra si recita questa commedia logora, il centrodestra non fa certo una figura migliore. Fratelli d’Italia prova a correre avanti con la candidatura di Giorgia Campana, ma intorno regna il vuoto pneumatico. Forza Italia e Lega sembrano evaporate, incapaci di incidere, di dettare una linea, perfino di far sentire la propria presenza. Del resto, se a livello regionale gli azzurri sono impegnati a regolare i conti interni e a contestare una leadership giudicata fallimentare, non sorprende che sui territori arrivino soltanto macerie politiche.
Il risultato è desolante. Da una parte un centrosinistra paralizzato da personalismi, diffidenze e gerarchie non dichiarate. Dall’altra un centrodestra che, invece di approfittare del caos altrui, conferma tutta la propria inconsistenza. In mezzo, come sempre, resta la città : spettatrice forzata di una partita mediocre, giocata da gruppi dirigenti che sembrano incapaci di alzare lo sguardo oltre il perimetro delle proprie convenienze.
Con lo stallo attuale, cresce la possibilità che emerga una figura terza capace di mettere d’accordo (?) tutte le fazioni. Gli analisti politici scommettono che Matarrelli potrebbe giocare una carta (quasi) inaspettata.Â
E allora la verità , per quanto scomoda, è semplice: Mesagne oggi non vive uno stallo politico, vive una crisi di qualità della politica. Perché quando la scelta di un candidato diventa un regolamento di conti, quando le coalizioni dipendono dai veti più che dalle idee, quando i nomi contano più dei programmi, il problema non è chi sarà il prossimo sindaco. Il problema è che la politica, quella vera, è uscita da tempo dalla stanza dei bottoni.
Solo una domanda: e chi è Giorgia Campana?