“Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento” è il libro inchiesta scritto a quattro mani – tra Puglia, Campania, Lazio, Sicilia, Calabria, Basilicata, Lombardia, Piemonte – dal sociologo barese Leonardo Palmisano e dall’ingegnere camerunese Yvan Sagnet. Per pagarsi le tasse universitarie, nell’estate del 2011 Yvan finisce nei campi di Nardò a raccogliere pomodori agli ordini di un caporale ghanese che per quella giornata gli paga quattordici euro, per dodici ore di lavoro, per “soli” quattro cassoni riempiti. In quei campi pugliesi c’è l’Africa: macchine da produzione senza diritti; chi muore sotto il sole schiatta e basta, mentre nelle tasche del caporale non vanno meno di quattromila euro al giorno. In quelle del padrone è anche più difficile fare i conti e di certo nessuno sgomita per sapere. Dalla pelle di quei cinquecento corpi lacerati dalla fatica nasce una rivolta e poi una legge contro il caporalato. La strada per renderla efficace è ancora tutta in salita. Palmisano e Sagnet lavorano al reportage di storie raccontate da chi vive in situazioni al limite della sopportazione fisica e psicologica, un viaggio che traccia la mappa di un Paese segnato da razzismo e indifferenza. “La preparazione del
libro è stata dura, a volte molto fisica: si è trattato di sopportare odori, visioni e brutture urticanti. E’ stato anche un lavoro di riflessione, di ricerca di spunti, vocaboli, modi di dire di una letteratura d’inchiesta piuttosto vasta. I lavoratori vengono dall’Africa centrale e settentrionale e dall’Europa dell’est. Sono visibili al loro arrivo, spariscono nei ghetti durante la raccolta”, dichiara Leo Palmisano. Nell’inchiesta Mesagne c’è. “E’ un comune che torna nel suo passato economico più oscuro, come un po’ tutta la provincia di Brindisi. C’è una recrudescenza criminale e una nuova ricchezza accumulata sul lavoro nero, sull’evasione fiscale, sullo sfruttamento. Il rischio è la creazione di un latifondo particolarmente concentrato e pericoloso che sostituisce le colture tradizionali perché al servizio delle grandi imprese” è il commento, nello specifico, dell’autore barese. Le azioni per contrastare lo sfruttamento esistono. Si tratterrebbe di ritornare alle liste di prenotazione comunali, con domanda e offerta di lavoro mediate dal pubblico. Alle imprese costerebbe tanto e la politica locale blatera, obnubilata da imprese e caporali che spesso eleggono consiglieri, sindaci e alte cariche. Sarebbe pure necessario che il trasporto e gli altri servizi venissero garantiti dalle imprese e dalle istituzioni locali. Infine, si invoca un codice di certificazione etica di tutta la filiera produttiva in modo da legare i finanziamenti alla certificazione, passando da rigorose ispezioni nelle imprese. Alzi la mano a chi conviene. In fondo si tratta di un complesso sistema criminale in cui a rimetterci sono solo miserrimi braccianti invisibili ai più.