(di Enzo Poci*) Il 4 luglio scorso una maggioranza ampia nel Consiglio regionale pugliese ha approvato una mozione la quale invoca l’istituzione di una “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”, aprendo un dibattito che ha registrato molti interventi ospitati dalle pagine del Corriere della Sera.
Per quanto mi riguarda, io sono concorde con le riflessioni del Prof. Ugo Patroni Griffi pubblicate sul Corriere del Mezzogiorno del 23 luglio 2017: «… Che l’Unità d’Italia fosse – da un punto di vista geopolitico – necessaria, a me pare non possa essere messo in dubbio. Mentre le modalità con cui la stessa si è realizzata possono essere, ovviamente, oggetto di riflessione e soggette a critica…».
A questo proposito ripropongo un articolo da me scritto nel 2011.
Oggi nessuno studioso mette in discussione l’unità d’Italia: si chiede, semmai, se i modi della sua attuazione abbiano risposto alle attese reali delle popolazioni coinvolte; si chiede se abbiano prevalso gli ideali culturali e politici o le logiche economiche delle lobby interne e internazionali e si chiede se ci fu un vero e democratico coinvolgimento di tutti gli strati sociali o se si assistette a un vero e proprio atto di arbitrio.
La nascita del Regno d’Italia, proclamata il 17 marzo 1861, dichiarava la penisola unificata, ma era solo una mera unità politica. Le situazioni da risanare e i problemi che aspettavano risposta rimanevano enormi. Uno di essi, fondamentale, concerneva l’istruzione di base di una popolazione che nelle regioni dell’Italia meridionale era a livelli infimi, con circa il 90% di analfabetismo (contro il 55% nel settentrione dell’Italia).
L’agricoltura era in uno stato di arretratezza tale da favorire metodi di lavoro e di sfruttamento ancora feudale.
La miseria era causa di malattie endemiche – diffuse dalla mancanza di acqua potabile – che mietevano un numero sempre più grande di vittime.
Riepiloghiamo la cronologia degli avvenimenti.
5 maggio 1860, Garibaldi salpa da Quarto con i Mille. – 7 settembre 1860, dopo lo sbarco in Sicilia, Garibaldi risale la penisola e fa il suo ingresso a Napoli. – 21 ottobre 1860, il Plebiscito sancisce l’annessione del Sud alla monarchia sabauda. – 7 novembre 1860, Vittorio Emanuele entra solennemente in Napoli per proclamare gli esiti del recente plebiscito che sanciva l’annessione ufficiale del Regno delle due Sicilie, dell’Umbria e delle Marche all’Italia di Vittorio Emanuele. – Gennaio1861, elezione del primo Parlamento italiano. – 13 febbraio 1861, presa di Gaeta e successiva fuga di Francesco II di Borbone a Roma. – 18 febbraio 1861, convocazione del primo Parlamento italiano. – 17 marzo 1861, nascita del Regno d’Italia e proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia. Con un atto molto semplice, il Parlamento approva una legge formata da un solo articolo: il re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia.
A causa di alcuni errori del governo piemontese, ormai italiano, la situazione nelle terre del vecchio Regno delle Due Sicilie era veramente disastrosa.
La borghesia delusa dalle dinamiche secondo le quali l’Unità italiana fu attuata; le masse contadine impoverite dalle tasse, dai balzelli e dalla coscrizione obbligatoria, oppresse da un sistema sempre più vessatorio nei rapporti politici; i soldati del vecchio esercito sbandati, in cerca di una qualsiasi collocazione; i garibaldini e i democratici delusi dal nuovo ordine; il clero in fermento per le tensioni tra lo stato unitario e la Santa Sede; la burocrazia borbonica demotivata per l’intromissione massiccia dei quadri dirigenziali calati dal Nord. Tutti questi fermenti in atto innescarono reazioni laceranti nel tessuto della società meridionale – favorite dalla propaganda legittimista di Francesco II che, fuggito da Gaeta, risiedeva presso il Papa a Roma – che detonarono nelle rivolte degli Abruzzi, della Lucania e della Calabria.
Nacque un feroce brigantaggio politico-militare: formazioni armate, guidate dai capi briganti, correvano le campagne, invadevano i boschi, insediavano le strade, occupavano le città. La Terra d’Otranto fu il teatro di violenze e atrocità che vide scontri a fuoco tra le bande dei briganti e i reparti dell’esercito e della guardia nazionale.
Lo Stato italiano approvò e applicò in gran fretta la Legge Pica, con l’intenzione di imporre la più ferrea repressione contro queste bande violente e i loro fiancheggiatori.
E’stato ipotizzato che per debellare questo fenomeno sarebbe stato sufficiente sviluppare un’avveduta riforma agraria e contestualmente favorire la nascita di un ceto imprenditoriale.
Si preferì invece mostrare i muscoli, chiamando l’esercito a intervenire e trasformando problemi squisitamente politici e sociali in fatti di polizia.
Il brigantaggio è una pagina che non può – come vorrebbero alcuni – essere dimenticata: esso fu certamente delinquenziale, come ancora molti sostengono. Esso fu un tentativo di sottrarre i contadini dalla miseria nella quale i galantuomini – quelli che avevano tradito il loro sovrano Borbone e dato sostegno al nuovo regime – costringevano la povera gente a vivere, nella negazione assoluta dei loro diritti e delle loro aspirazioni.
Uno solo fu l’interesse di questi galantuomini patriottici: impedire che i contadini ottenessero le terre demaniali che essi avevano già usurpato.
La classe dirigente che aveva sempre servito il Borbone, aderiva al movimento liberale (da qualche decennio orfano delle baionette e dei capestri di Napoleone) per evitare che nello stesso prevalessero gli elementi radicali, contrari all’incondizionata annessione al Piemonte sabaudo, il cui atteggiamento era suscettibile di provocare disordini e manifestazioni che facili a degenerare nell’occupazione delle terre usurpate.
Proclamatasi liberale nell’agosto del 1860, questa classe dirigente assumeva il governo della Provincia cosicché, avvalendosi della Guardia Nazionale, controllava la situazione manifestatasi nel paese e, abituata da sempre a servire il potente del momento, riusciva a farsi perdonare il servilismo al Borbone dagli uomini scesi dal settentrione per avvalersi delle vittorie e dei successi garibaldini.
Estranei agli avvenimenti, i contadini subivano le suggestioni degli eventi, illusi che dal buon Garibaldi avrebbero ricevuto finalmente le terre usurpate e che sarebbe stato posto un limite alle pretese e agli abusi dei ricchi privilegiati contro i poveri.
Il ritorno degli esuli e i successi garibaldini in Sicilia ebbero vasta ripercussione.
Molto presto, però, delusi dalle promesse non mantenute, qualche anno dopo l’Unità, si registrava un’adesione massiccia dei contadini alle insurrezioni che divamparono in tutto il Meridione.
A spingere i ceti inferiori contro il nuovo regime non fu certamente la devozione all’antico sovrano, ma un sentimento di reazione verso la nuova classe dirigente che conservava immutate le antiche condizioni economiche e sociali nel paese, opponendosi alle istanze legittime dei contadini.
Nonostante i provvedimenti annunziati dai vari Prodittatori, le terre rimanevano proprietà degli usurpatori, mentre il nuovo regime, ansioso solamente di assorbire la vecchia classe dirigente, lasciava inalterata la tragica situazione in cui versava la povera gente.
Gli uomini scesi dal Nord per amministrare le province conquistate e per reprimere lo spirito di rivolta che minacciava gli interessi dei moderati, non concepivano che l’anelito degli oppressi a un migliore tenore e, ravvisando nelle istanze dei contadini sentimenti antiliberali, li dichiararono nemici del nuovo regime e con i loro atteggiamenti da conquistatore finirono per provocare la ribellione dei contadini verso l’ordinamento costituito.
Le illusioni caddero presto: oppressi da una miseria che oscurava ogni speranza, tormentati dai morsi della fame e attanagliati dalla disperazione, i contadini ascoltarono i nostalgici dell’antico regime e si lasciarono suggestionare dalla nuova illusione che una restaurazione borbonica avrebbe reso reale quella distribuzione delle terre demaniali che, sempre promessa dai liberali, era negata da chi aveva portato il nuovo regime al governo delle province.
Il fenomeno del brigantaggio, molto antico, trovava adesso nuova linfa e vigore nel disperato disagio sociale delle classi più umili.
UN BRIGANTE: VINCENZO MAZZEO DI PREZZO. Vincenzo Mazzeo Di Prezzo (o De Prezzo, come si legge in alcuni documenti) è tra i protagonisti di quel momento nella storia del brigantaggio meridionale post unitario che trova le sue ragioni nelle condizioni economiche e sociali di queste province, nella fame di terra dei contadini e nel vago ma potente sogno di redenzione «plebea». Egli appartiene a quella massa bracciantile, affamata e disoccupata, in cui attingevano le bande brigantesche.
Nato in San Donaci il 21 marzo 1838 da Maddalena Mazzeo, originaria di Galatone, sposata con Angelo De Prezzo, suo conterraneo ma residente in Torre Santa Susanna.
Ultimo di otto figli, all’età di otto anni rimane solo, a causa della morte della madre, in quel tempo residente in San Pietro Vernotico. Egli, tuttavia, si trova sin dall’infanzia ad abitare in Mesagne con la sorella maggiore Maria Eugenia, più grande di quattro anni. Non si può dire che abbia avuto un’infanzia felice. Fino al 1857 conserva il cognome della madre, quando il Tribunale di Terra d’Otranto sedente in Lecce decreta a Vincenzo Raffaele Mazzeo il diritto di assumere il cognome Di Prezzo, avendo accertato che il solo marito di Maddalena Mazzeo è stato Angelo Di Prezzo, deceduto in Torre Santa Susanna nel 1843 e che «pur vivendo il marito [Maddalena Mazzeo] variava la sua dimora ora in San Pietro Vernotico, ora in San Donaci, ora in Torre Santa Susanna»[1].Nel 1858, il Mazzeo si unisce in matrimonio con Angela Calvano, figlia di un funaio calabrese, designata come la madre con il nomignolo di «curdara»; nel novembre dello stesso anno nasce il figlio Angelo Raffaele.
Nell’ottobre del 1862, renitente alla leva, mentre lavora come salariato nella masseria Spada di proprietà dei signori Catanzaro di Brindisi, è invitato a unirsi alla banda brigantesca comandata da Giuseppe Nicola Laveneziana di Carovigno, «colla lusinga della offerta di danaro per mandarlo alla sua famiglia»[2].
Insieme con la banda prende parte a tutti i fatti briganteschi che in quel periodo hanno come teatro la nostra provincia, come si legge nell’interrogatorio reso nel novembre 1862 davanti al sindaco di Mesagne e negli atti processuali.
In seguito egli giunge con i compagni nel bosco delle Pianelle, nel confine del Salento, luogo centrale rispetto alle province pugliesi e lucane, dove i principali capibanda si riuniscono per concordare l’unità del comando e la strategia delle operazioni da realizzare insieme con il Crocco. Avendo questi preso due giorni di tempo per riscuotere alcuni riscatti, il capitano Giuseppe Lavenziana decise, con altri otto uomini – tra i quali il Di Prezzo – di fare ritorno nel brindisino per arruolare altra gente.
Di Prezzo, staccatosi dal gruppo, si imbatté presso la masseria Gambetta in un milite della guardia nazionale di Mesagne che lo convinse a costituirsi alla forza pubblica. Nel 1869 fu condannato dalla Corte d’Assisi straordinaria di Trani sedente in Bari «alla pena dei lavori forzati per la durata di anni venti, alla interdizione dai pubblici uffici ed alla sorveglianza speciale di Pub. Sicurezza per altri cinque… dopo espiata la pena principale».
Vincenzo Mazzeo Di Prezzo non ci ha lasciato alcun ritratto e dai documenti d’archivio sappiamo che egli morì nell’ospedale del bagno penale di Genova il 7 febbraio 1872, all’età di trentaquattro anni.
Nel 1875 la moglie Angela Calvano si risposò con Gioacchino della Ratta. Ella visse fino al dicembre del 1929, abitando nei pressi della chiesa del Carmine di Mesagne dove, secondo la tradizione orale, si dedicava con amore all’educazione religiosa dei bambini che preparava all’apprendimento del catechismo[3].
DEPOSIZIONE RESA DAL BRIGANTE VINCENZO RAFFAELE MAZZEO DI PREZZO. L’anno mille ottocento sessantadue il giorno sei novembre in Mesagne. Innanzi a Noi Cosimo Marseglia Sindaco, Angelo Trinchera Delegato di pubblica Sicurezza, si è presentato il Milite di questa Guardia Nazionale Raffaele de Tommaso, ed ha dichiarato che stando egli a faticare nella masseria Gambetta in tenimento di Brindisi, si è avvertito di un uomo, che riconoscendo pel brigante Vincenzo Mazzeo di Prezzo, gli è andato incontro, e sentendo dal medesimo che dovevasi recare sulla masseria Apani per raggiungere la banda, lo ha persuaso a presentarsi come ha fatto conducendolo seco; lo ha consegnato nel Corpo di Guardia, soggiungendo che il Di Prezzo Mazzeo gli ha depositato ducati sei – E’inutile esprimere altre minute circostanze che ha riferito oralmente a questo Capitano della Guardia Nazionale. Dietro tutto ciò abbiamo fatto venire alla nostra presenza il brigante che domandato ha detto chiamarsi:Vincenzo Raffaele Mazzeo di Prezzo di anni 24, contadino nativo di san Donaci dom(icilia)to in Mesagne. Domandato del motivo della sua assenza da Mesagne, ha risposto che circa un mese dietro stando sulla masseria Spada di proprietà dei Signori Catanzaro di Brindisi, si presentò ivi la banda dei briganti a cavallo, comandata da Giuseppe Nicola Lavenziana di Carovigno – Quei masnadieri lo invitarono ad aggregarsi loro ed egli rispose affermativamente; ma quando gli presentavano il fucile, egli si rifiutò ed alla immediata minaccia di fucilarlo rispose che aveva scherzato.
Dopo venti giorni circa ricomparve la banda in quella masseria; ed egli proseguendo a dimorare ivi, fu invitato ad arruolarsi colla lusinga della offerta di danaro per mandarlo alla sua famiglia; egli vi condiscese e si aggregò ai briganti. Dalla masseria Spada passarono sull’altra denominata Madagiola, ove rimasero, la notte ed il giorno: indi andiedero sulla masseria Cuoco, dove bruciarono quanto era rimasto dopo il primo incendio. Da questa si recarono nella masseria Santa Teresa, ove verso mezzo giorno si batterono coi Carabinieri venuti da Cellino ed uccisero tre Guardie Nazionali di quel Comune. Dopo di questo fatto andarono via e la sera di quel giorno si recarono nella masseria Apani ove mangiarono e dormirono – il dì seguente, e dopo aver soddisfatto la curiosità di uno di quei bifolchi, mostrandogli le orecchie tagliate a talune Guardie Nazionali di Cellino e San Pietro Vernotico, andarono via portandosi in altri luoghi: ferrarono i cavalli nel villaggio Crispiano, Circondario di Taranto: toccarono i territori di Alberobello, Lenoci, Grottaglie, e Mottola, ove incendiarono due masserie; essi lungo il viaggio, si cambiarono, secondo il solito, le camicie ch’erano sporche, nella masseria Iazzi nelle vicinanze di Crispiano, dove lasciarono una quantità di lenzuoli e tele per farsene camicie. Finalmente s’incontrarono nel bosco delle Pianelle. Il Capitano di questa banda spedì un corriere a Crocco per conoscere il punto dove si dovrebbero riunire colla banda da costui comandata ed insieme venire a questi luoghi per dare l’assalto prima a Brindisi onde far evadere i galeotti, e poi agli altri paesi – Crocco rispose che non avendo potuto ancora raccogliere i diversi ricatti, chiedeva altri due giorni di tempo. In questo frattempo, il così detto Capitano della banda del dichiarante invitò otto de’ suoi per distaccarsi e venire in questi luoghi, arruolando quanti più potrebbero – Egli fu per sua volontà uno degli otto; e lungo il viaggio trovando persone disposte ad unirsi loro, giunsero sino a jeri l’altro a numero di ventisei; e secondocché si arruolava qualcheduno, aggredivano le masserie e si prendevano le giumente e i cavalli. Che anzi incontrando la posta sulla pubblica strada di San Vito, si presero due cavalli e bruciarono le carte; però egli non vi si avvicinò. Ha soggiunto che da quando stavano nel bosco delle Pianelle concepì il risoluto disegno di abbandonare quella carriera e presentarsi; e fu per questo ch’egli domandò di far parte del distaccamento degli otto: lungo la strada manifestò al Capo della piccola banda, a nome Peppino del Comune di Carovigno, di ritirarsi in qualche luogo per guarirsi di una piaca che da più tempo portava e che tuttavia porta nella gamba sinistra. Il capo glielo vietò per timore che avrebbe disertato e quindi manifestato al Governo i diversi segreti della banda: dopo reiterate domande gli fu concesso di appartarsi provvisoriamente, e gli venne indicata la masseria Vaccaro che si amministra da D. Cesarino Balsamo di Lecce, ove essendovi amici dei briganti egli veniva bene assistito e la banda non avrebbe avuto di che temere: che anzi il Peppino volea fargli un biglietto di raccomandazione al Sig. Balsamo per tutto quanto avrebbe potuto occorrere al dichiarante. Egli disse di sì, e siccome questo appuntamento avveniva alla masseria Mazzetta, così allontanatasi da questo luogo i briganti, egli invece di prendere la via per Vaccaro prese quella per Mesagne.
Giunto parallelamente alla masseria Gambetta si è inteso chiamare dal Milite Raffaele de Tommaso che stava colà su di un tetto per riattarlo, ed egli si è fermato finché giunto innanzi a lui il De Tommaso, questi lo ha richiesto dove andasse ed egli ha risposto che si recava nella masseria Apani, e poi ha detto nella masseria Cafaro. Non gli manifestò da principio l’idea di presentarsi e di andare ora ad Apani ed ora al Cafaro, temendo di non essere incontrato dalla forza; ma finalmente cedendo alle insinuazioni del de Tommaso, varcando insieme un canale, è venuto in Mesagne e si è costituito nelle mani della forza –
Domandato – Ha risposto che tra la banda rimasta nel bosco delle Pianelle vi è un tale che i compagni chiamavano Salvatore il Mesagnese, e che egli non vide mai. Vi andarono due di Carovigno, cioè Laveneziana, e l’altro Peppino sopraindicato; ed un terzo a nome Francesco che dopo giorni si sbandò con le armi: di Latiano ve n’erano quattro per quanto a lui costa: gli altri erano di Torre Santa Susanna, Ceglie, Ostuni, Martina ed altri luoghi Di tutto ciò se n’è formato il presente verbale sottoscritto da noi Sindaco e Delegato, avendo dichiarato, tanto il Milite, che il brigante Mazzeo di Prezzo di non saper scrivere, il quale pria di firmarsi il presente ha soggiunto ed assicurato essere fermo proponimento della banda dei briganti, appena che s’ingrossa per mezzo dell’altra che si trova nel bosco delle Pianelle, di aggredire Brindisi e più facilmente Mesagne, il che può avvenire da un giorno all’altro.
Conclusioni Il disegno di unificare l’Italia rispondeva certamente ad un’istanza da lungo attesa da molti degli abitanti dei dieci stati preunitari. La maggioranza degli italiani, però, chiedeva davvero l’Italia unita nella maniera in cui fu realizzata nel 1861? “Per l’Italia sembrava la via più naturale e incruenta per giungere all’unificazione; la strada che avrebbe reso possibile la maggiore partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica; lo strumento attraverso il quale l’unità si sarebbe meglio sposata con la libertà”. Così “la guerra di conquista del Piemonte si allargherà poi al Regno del Sud, un regno più antico, più prospero e più italiano di quello dei Savoia, attraverso la spedizione dei Mille, finanziata da potenze straniere e riuscita, più che per eroismo come si è creduto a lungo, grazie alla fitta trama di corruzioni, imbrogli e violenze in cui inglesi e piemontesi fecero a gara (Carmelo Caforio, in Apulia, I, marzo 2011). [1] ASBr, Stato civile, Comune di San Pietro Vernotico, Atti diversi, pacco 523, a. 1858.
[2] V. Carella, Il brigantaggio politico nel brindisino dopo l’unità. Grafischena, Fasano, 1974, p. 64. [3] ASBr, Stato civile, Comune di Mesagne, Atti di Matrimonio, pacco 1178, a. 1875.
*Enzo Poci, Società di Storia Patria per la Puglia.