Guerra Italo-Turca
Nei primi di ottobre del 1911 inizia la campagna italiana per la conquista della Libia, allora dominio dell’Impero Ottomano. Fra i 55.000 soldati inviati in Libia c’è un Gruppo di Cavalleggeri di “Lodi”, composto dal 1° e dal 2° Squadrone. All’alba del 26 ottobre i Cavalleggeri sono svegliati da un nutrito fuoco di armi leggere. Accorrono alle vicine trincee italiane dove i fanti dell’85° Reggimento “Venezia” stanno per essere sopraffatti da numerosa fanteria turca ed araba e da un’orda numerosissima di arabi traditori che attaccano alle spalle. Il combattimento si fa accanito e cessa solo dopo quattro ore. Sul campo rimangono i Tenenti Paolo Solaroli di Briona e Ugo Granafei e i cavalleggeri Mario Sola, Mario Lunghi, Luigi Carenini, Giovanni Radaelli, Salvatore Arcero, Innocente Bianchi, Vincenzo Giudice, Vittorio Carbone, Giuseppe Ghezzi e Agide Ghezzi. Il nome di Ugo Granafei, Marchese di Serranova, è menzionato da Gabriele D’Annunzio ne La canzone dei trofei, nella raccolta Merope del 1912 (Gabriele D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, Mondadori Meridiani, Milano 2004, vol. II).
208 […]Sorge con uno strepito marino, tra le grida gioiose dei messaggi che gridano il gentil sangue latino:
gridano i reggimenti e gli equipaggi, gridano i morti, gridano i feriti le vittorie da’bei nomi selvaggi, gli eroi dai nomi oscuri ingigantiti. 215 Bu-Meliana, Sidi-Messri, Sciara-Sciat, Henni! Par che al lauro si mariti la palma. Tutta l’oasi è un’ara fumante. Verri, Granafei, Briona, Orst, Bertasso, Gangitano, Fara, 220 Moccagatta, Spinelli! Un nome suona la morte, l’altro la vita. E la morte e la vita son come una corona sola composta di due fronde attorte. […] 2
Ugo Granafei figlio di Giuseppe, marchese di Serranova, e di Iran D’Abro-Pagratide, nasce a Mesagne, allora in provincia di Lecce, il 22 settembre 1878. Educato per qualche anno nel Liceo Palmieri di Lecce, intraprende la carriera delle armi. Allievo nella Scuola Militare di Modena dal 29 ottobre 1898, l’8 settembre 1900 viene promosso sottotenente ed è inviato a prestare servizio nel Sesto Reggimento dei Lancieri di Aosta. Il 13 ottobre 1903 viene promosso Tenente. Il 12 maggio 1910 viene trasferito nel Reggimento Cavalleggeri di Piacenza. Il 23 giugno 1910 diventa Ufficiale d’Ordinanza del Tenente Generale Viganò, comandante del 7° Corpo d’Armata. L’11 maggio del 1911 è destinato al Reggimento Cavalleggeri di Lodi. Il 9 ottobre 1911 si imbarca a Napoli e parte per la Tripolitania e Cirenaica. Dalla relazione del 30 ottobre 1911, redatta dal Tenente Giovanni Castelli comandante dello Squadrone e inviata al Comando del 15° Reggimento Cavalleggeri di Lodi con sede ad Aversa: […] durante il combattimento del 26 [ottobre 1911] mattina a Sciara Zauia. All’alba del 26, dalle trincee, distanti solo duecento metri dall’accampamento dei due squadroni, fu sonato il segnale dall’arme, che si confuse subito con un nutritissimo fuoco di fucileria. Lo squadrone appiedato accorse verso le trincee, le quali erano state assaltate sul fronte da un piccolo drappello di cavalleria nemica seguito a breve distanza da numerosa fanteria turca ed araba, mentre alle spalle delle trincee un’orda numerosissima di arabi traditori effettuava simultaneamente un altro attacco. Lo squadrone, unitamente al 2° squadrone, con valore che è stato additato d’esempio a tutto il Corpo di spedizione, accorse là dove ferveva la mischia riuscendo dopo quattro ore e più di accanito combattimento a fare riconquistare le trincee ad alcune compagnie di fanteria nonché a fugare l’orda degli arabi traditori. Il combattimento cessò verso le ore 10,30 e per quattro ore ininterrotte fu sostenuta una lotta titanica, sia per il numero degli avversari che per gli attacchi sostenuti da tutte le direzioni. Intanto qui sotto trascrivo il nome dei nostri cari ed amati fratelli che versarono il loro sangue col grido d’Italia sulle labbra […]. La parte del rapporto ufficiale riguardante il Granafei è la seguente:” […] Tenente Granafei sig. Ugo= cadde colpito da un sol colpo di arma da fuoco alla testa, ed al sottoscritto che lo rinvenne dopo il combattimento parve vederlo dormire di un sonno di pace e soddisfatto del suo operato. Armato di una pistola Mauser egli continuò per circa un’ora di combattimento, inflessibile nella posizione d’inginocchio, 3 come se fosse ad un campo di tiro, ad eseguire un fuoco nutrito circondato dal suo plotone, senza retrocedere di un passo. Con l’esempio e con la voce trasformò i
suoi trenta cavalleggeri in altrettanti eroi. Il caporale maggiore Sassi che gli fu sempre dappresso rammenta che durante il combattimento un arabo si avvicinava al plotone strisciando per terra seguito da altri suoi compagni: – quello lo tiro io – esclamò con enfasi il Tenente. Il colpo partì e l’arabo fu disteso al suolo; ma un quarto d’ora dopo il Tenente giaceva con la tempia forata. Le salme di questi due nostri cari fratelli [l’altra salma è del Tenente Paolo Solaroli] sono state raccolte, riposte in casse di zinco e di legno e tumulate nel campo cristiano di Tripoli con speciali segni da essere sicuramente rintracciate”. Il Tenente Granafei fu pietosamente ricoverato dai suoi soldati in una casa abbandonata dagli arabi. Dopo pochi giorni la sua salma fu rimpatriata e tumulata nella tomba di famiglia a Mesagne. Alla memoria del compianto Ugo Granafei dei marchesi di Serranova fu concessa con Regio Decreto dell’8 novembre 1912 la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “Comandò un plotone di cavalleggeri appiedato, incaricato di recarsi a sostenere truppa in trincea fortemente impegnata; vinse la resistenza di orde di arabi ribelli appostati, raggiunto l’obbiettivo prefissogli sotto vivo fuoco di fucileria, prese posizione e sostenne con fermezza ed ardire le altre truppe impegnate, sino al momento in cui fu colpito a morte. Sciara Zauia 26 ottobre 1911”. In quella casa abbandonata dagli arabi lo rinvenne il suo concittadino Giovanni Messe, giunto a Tripoli il 13 ottobre del 1911 con il grado di sottotenente dell’84°, il quale “con pensiero altamente pietoso gli tagliò una ciocca di capelli, per consegnarla, ritornando in Patria, alla madre straziata”.
Scritto da Enzo Poci.
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