(di Mimma Leone) Ammettiamolo: tutti abbiamo un po’ storto il naso alla notizia che il cantautore della maglietta fina avrebbe guidato il Festival canoro più noto e discusso di sempre, che tutti snobbano e tutti guardano. E la co-conduttrice svizzera (con tutte le italiane che abbiamo, direbbe Salvini) confermava un’invasione televisiva troppo audace. Per non parlare della partecipazione di un attore che su quel palco avrebbe potuto annaspare come un pesce fuor d’acqua. Pre-concetti, tutti più o meno motivati. Occorre infatti considerare che di un Festival senza la suspence dell’eliminazione, senza la freschezza dei rapper, senza la consueta incursione dei comici, senza un Super-ospite internazionale super-pagato a serata, non c’era da fidarsi molto. Anche perché la sigla d’apertura a tendina non deponeva certo a favore. Ma il decollo era appena dietro l’angolo, nella svolta segnata da un format dove ognuno fa ciò che sa fare davvero, e lascia il microfono ad altri quando non è cosa sua.
E allora accade che Baglioni dirige con intelligenza e conduce umilmente uno spettacolo in grado di creare finalmente un precedente, Michelle Hunziker brilla di luce propria e riempie ogni possibile vuoto e Favino lascia tutti a bocca aperta e lacrima sul viso. E poi scorrono emozioni, note a fiumi, citazioni, l’orgoglio italiano senza protagonismo, l’immaginazione, l’alterità, il nostro canto libero.
Mica male per un Festival che irrompe in una campagna elettorale tanto intensa quanto caotica, attenuando, almeno per qualche ora, il potere mediatico di sondaggi e dibattiti senza però abbassare la guardia sui grandi temi dell’attualità.
Difficile quindi nelle ultime ore la vita dei criticoni, giornalisti compresi. Perché quando lo share schizza e i numeri sono direttamente proporzionali alla qualità, è veramente dura trovare appigli. La musica al centro, quella rincorsa da tempo, c’è stata, seppur nella concessione di qualche deriva. Musica nuova e musica già ascoltata, da qualche parte, presentata in altri contesti, condita in altre salse. Perché Noemi, per esempio, ha portato un surrogato non felice dei suoi brani, così come Elio e le Storie Tese, che hanno raccolto le ultime forze per scendere addirittura molto al di sotto delle proprie possibilità. Giuria e pubblico non hanno esitato a bocciare e lanciare nel fondo della classifica più meritocratica di sempre anche uno stranito Mario Biondi, che deve dimenticarsi di cantare in italiano e ricordarsi di essere umano. Ci sono poi bravissimi autori che, semplicemente, non possono cantare, come Giovanni Caccamo. Ma soprattutto, il caso del ‘già sentito’ per eccellenza: perché da due come Ermal Meta e Fabrizio Moro, che hanno scritto brani apprezzabili per loro stessi e soprattutto per altri ci si aspettava, come minimo, qualcosa di completamente originale. E invece arriva l’inedito che tanto inedito non è, perché il ritornello di “Non mi avete fatto niente” è identico a quello della canzone “Silenzio”, presentata a Sanremo Giovani nel 2016 da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali. Al plagio non possiamo certo gridare, visto che il brano in questione porta la firma di Andrea Febo che risulta autore, insieme a Meta e Moro, del brano in gara. Ergo, ritocchiamo il regolamento. Però ritocchiamo anche tempi e modalità di una commissione che si accorge in ritardo dell’incongruenza e sospende il duo per qualche ora da dedicare a dubbi esistenziali tardivi. Resta il fatto che alla fine il brano ha trionfato, e se tanto ci dà tanto, allora…la consecutio apre la strada a facili conclusioni. Troppo comodo eppure intrigante, in questo contesto, dedicarsi all’analisi testuale del contenuto, soffermarsi sulla retorica di alcuni passaggi, sul rifiuto del dolore nell’infantile ‘faccia di serpente’ che all’asilo ci faceva fare finta che tutto potesse andare avanti lo stesso. Eppure…intriga. Anche i duetti intrigano, da sempre. E molte volte hanno anche occupato il podio. A dire il vero quest’anno era tutto il palco ad essere arricchito da formazioni di due, tre, quattro cantanti e musicisti, e poi gli ospiti, le partecipazioni, le rivisitazioni, gli highlights, mai si erano visti tanti cantanti messi insieme da una gara, e mai l’orchestra era stata così protagonista. Voci, note, abbracci.
‘Ma il Festival non è più nostro’ dicono i sanremesi. ‘Se lo è preso la televisione, e negli ultimi anni anche i social. L’Ariston è solo un contenitore di qualcosa che non può più appartenerci. Non siamo noi quelli che vedete vicino all’entrata del teatro ad aspettare gli artisti. Quella è gente che viene da fuori. Ma anche i cantanti sono cambiati. I divi di una volta entravano nel bar e ti offrivano da bere. E tu continuavi a guardarli avvolti da quell’aura di magnificenza che prescindeva da ciò che dicevano o cantavano. Adesso sono meno magnifici ma se la tirano molto di più. E non sono neanche più divi, perché spesso durano una stagione e si fanno dimenticare senza che nessuno ne avverta la mancanza.’
Però è anche vero che poi ti arriva una Laura Pausini che tutto sembra tranne che reduce da febbre e faringite, e ti restituisce l’idea romantica del contatto quando esce fuori dall’Ariston a condividere il microfono con il pubblico, mandandolo in delirio. Ecco il senso nobile del nazional-popolare, ecco la differenza fra la sublime Giorgia e la ragazza di Faenza che ha conquistato l’Italia e l’ha portata fuori a cantare nel mondo, piaccia o non piaccia. Voci di corridoio garantiscono un accordo già in corso per affidare proprio alla cantante romagnola una futura conduzione, forse già l’anno prossimo nel caso Baglioni non dovesse cedere alle lusinghe per un acclamato bis, ipotesi affascinante ma anche estremamente rischiosa.
Il Palafiori si conferma salotto interessante, se non altro per la varietà degli eventi collaterali, per la cura degli spazi e la rassegna artistica proposta. Pecca l’accoglienza e la sorveglianza, ma forse la problematica è più generale e ha interessato l’intero evento. Le misure di sicurezza, praticamente triplicate, paradossalmente hanno triplicato anche la confusione: giornalisti che non riuscivano ad accedere ai posti preposti, reporter che hanno saltato dirette prenotate, musicisti bloccati con gli strumenti sulle spalle, poliziotti che litigavano con gli addetti ai lavori, giornalisti che litigavano con i giornalisti e, insomma, qualche querelle non esattamente elegante. Ma ci sta. Vi risparmierei di leggere che comunque Sanremo è Sanremo, ma poi alla fine la conclusione è sempre quella.
E resta anche il fatto che sarebbe stato bellissimo documentare gli showcase (stupendo quello di Enzo Avitabile, per esempio) ma il divieto di effettuare foto e riprese, pena l’esclusione dell’artista dalla gara, ha avuto la meglio. Anche qui, ridondanza inutile: se l’inedito era stato già eseguito e gli artisti presentavano altri brani del proprio repertorio, perché il divieto? E allora si abbandona lo spirito di condivisione e si diventa un po’ più a-social, che poi tanto male non è.
Sui giovani il discorso è sempre a parte, ecco perché ne parlerò in altro contesto. L’ attenzione loro riservata è sempre poca, sempre relativa, almeno per quanto riguarda la gara. Ma anche al di fuori di essa, esperienze recenti dovrebbero insegnare altro; lo scorso anno al Palafiori si erano esibiti almeno tre emergenti ( un solista e due gruppi) che ora stanno portando la loro musica in alto e altrove. La stessa buona sorte, e forse anche qualcosa in più, potrebbe averla Erika Piras, conosciuta come ‘la cantante con il violino’, che il palco dell’Ariston l’ha sfiorato e il cui singolo “Aria”, mentre scrivo, è salito all’ottavo posto tra i brani più programmati subito dopo i finalisti. Perché si sa che il resto poi è affidato alle radio, al web e ai produttori coscienziosi. Ma l’impressione è che si sia intrapresa la strada giusta per recuperare qualcosa di importante, e alla luce dei risultati e dell’indice del gradimento sembrano davvero avventurose arrampicate sugli specchi le polemiche accennate, fra bufale e fake news.
La verità è che questa sessantottesima edizione lascia un’eredità pesantissima, molto più del triennio di Carlo Conti, che già sembrava irraggiungibile.
Chiuso il sipario, i riflettori restano ancora accesi, e l’eco di alcune note sembra seguire l’onda lunga di un successo meritato.