(di Enzo Poci) Corre, nel senso letterale di questo verbo di movimento, Santo Rizzello, classe 1915, mese di
settembre, perché incrociarlo per le vie di Porto Cesareo, oppure, nelle mattine di domenica, quando si reca ad assistere alla Santa Messa, rende subito evidente che al nostro confronto è come se egli abbia un’altra velocità. Forse perché l’anziano marinaio e pescatore ha lavorato sempre duramente, ha mangiato sobriamente, nutrito della sana dieta mediterranea, ha respirato l’aria preziosa, ricca di iodio, che emana dalle acque azzurrine e perlacee di Porto Cesareo, accudito dalla figlia Giovanna, la quale dedica da sempre la sua vita alle cure amorevoli del papà, che mi pregia tanto della sua amicizia. Santo è una fonte preziosa di informazioni e di notizie storiche. Durante la mia intervista, quando ho tracciato una veloce biografia.
Egli mi ha raccontato innumerevoli storie riguardanti la seconda guerra mondiale, a partire dall’invasione dell’Albania, poi il bombardamento di Taranto e tante altre, che si sarebbero tradotte in un fiume di inchiostro capace di riempire pagine infinite, ma ciò non è stato possibile. Nei lunghi anni del servizio militare trascorsi nella Regia Marina, il nostro marinaio è stato imbarcato su quattro unità, ma è stato sempre amato dalla buona sorte, perché tutte le imbarcazioni sono andate a fondo ma in quelle occasioni egli non era a bordo. 
Il 14 dicembre 1940, il sommergibile Naiade è attaccato da due cacciatorpediniere britannici, al largo delle coste libiche e, avendo subito gravi danni, emerge per non portare a fondo il suo equipaggio, ma è abbandonato dopo l’avvio delle manovre di autoaffondamento. L’equipaggio è tratto in salvo e fatto prigioniero. Il Velella, un sommergibile appartenente alla classe Argo, salpato dal porto di Napoli il 7 settembre 1943, non diede più notizie di sé. Nel dopoguerra si seppe che verso le otto di sera del 7 settembre 1943 era stato colpito da una salva di siluri lanciati dal sommergibile britannico Shakespeare, in navigazione verso Punta Licosa. Tutto l’equipaggio scomparve con il battello. Il relitto è stato individuato nove miglia al largo di Punta Licosa, adagiato alla profondità di circa 138 metri. Il 9 settembre 1943, pochi giorni dopo l’annuncio dell’Armistizio, il sommergibile Sirena era nei cantieri di La Spezia e, non potendo prendere il largo, si autoaffondava nel porto della città. L
’ultima unità che lo vede imbarcato, la nave cisterna Flegetonte, della classe Acheronte, impiegata nell’ultimo periodo per il rifornimento dell’acqua, affonda nelle acque a nord di Bari, silurata da un sommergibile alleato nell’agosto del 1943. L’occupazione dell’Albania del 1939 è un fatto bellico poco noto, un argomento che ha ricevuto poca attenzione nei volumi di storia, un episodio quasi dimenticato oppure rimosso, avvenuto pochi mesi prima dello scoppio della guerra in Europa e un anno prima dell’entrata nello stesso conflitto da parte dell’Italia. Gli specialisti qualificano la campagna d’Albania (7-12 aprile 1939) una «operazione per l’annessione». Ma essa fu ben altro: la prevaricazione del più forte, antica ed eterna, ai danni del più debole, come sempre è stato ed avviene ancora oggi, voluta e messa in atto dal governo italiano dopo che Hitler ebbe invaso la Cecoslovacchia, il 15 marzo 1939, senza avvisare anticipatamente il dittatore italiano. Questa breve campagna permise alla politica imperialista di Benito Mussolini di conquistare rapidamente l’Albania. Il suo sovrano, re Zog I, costretto all’esilio, riparava in Grecia.
La nostra ambizione non vuole essere certamente quella di ripercorrere in questa sede gli antefatti, le vicende o le conseguenze di questa pagina di storia militare, ci limitiamo solamente raccontare l’avventura del signor Santo, il quale agli inizi del 1938, esattamente il 15 febbraio, era stato collocato in congedo per fine della ferma. Nel momento del congedo egli era stato promosso 1° Nocchiere, prima di fare ritorno a Porto Cesareo, nella sua casetta al n. 8 di via De Amicis. Ma il 3 aprile 1939, il sottufficiale Rizzello è richiamato a prestare il servizio di terra presso la Difesa della Marina militare di Brindisi, mobilitato in vista dell’invasione militare dell’Albania, che ha inizio il 7 aprile 1939. Il primo scaglione del Corpo di Spedizione Oltremare Tirana (OMT) investe il territorio albanese suddiviso in quattro colonne, le quali sbarcano a San Giovanni di Medua, a Santi Quaranta, a Valona e a Durazzo incontrando una resistenza molto debole da parte dell’esercito albanese.Il sig. Rizzello faceva parte de lla colonna destinata a sbarcare a Santi Quaranta, comandata dal colonnello Carasi, composta dal 3° e dal 12° Reggimento bersaglieri, dal III Gruppo carri veloci della San Giorgio e dal Battaglione San Marco della Regia Marina. Dopo lo sbarco a Santi Quaranta, la sua colonna doveva procedere verso Delvino e Argirocastro e occuparle. La località marittima di Santi Quaranta è situata nella parte sudorientale dell’Albania, un poco a nord dell’isola greca di Corfù e a ventisei chilometri dalla frontiera con la Grecia. Il suo
nome proprio è «Agii Saranda», in onore dei quaranta legionari romani martirizzati nel 320 per la loro fede cristiana nel presidio di Sebaste, nell’Armenia minore. Tutte le Chiese li riconoscono santi e alla loro memoria è consacrato l’antico monastero sulla collina dei «40 Santi» che sovrasta Agii Saranda, dal greco «Άγιοι Σαράντα» o «Áyii Saránda». Oggi i cittadini albanesi chiamano questa città di confine semplicemente Sarandë, in italiano Santi Quaranta, ma dal 1940 al 1944, per le ragioni note, essa era Porto Edda. L’operazione OMT vide l’intervento di una flotta composta da due corazzate, sette incrociatori, sedici cacciatorpediniere, quattordici torpediniere, dieci sommergibili, cinque motocisterne, ventidue piroscafi e sette navi varie. Santo Rizzello ricorda che la sua colonna chiese l’impegno di una squadra di tre cacciatorpediniere e quattro incrociatori, ai quali si aggiunsero quattro pescherecci. Lunghi quindici metri e requisiti nel porto di Bari insieme con i loro equipaggi composti da 7 – 8 uomini, le quattro imbarcazioni si portarono a Brindisi, dove ciascuna accolse a bordo un sottufficiale destinato al comando della medesima. Egli fu uno di loro. Lasciarono le acque di Brindisi in direzione dell’Albania, verso la cittadina marinara di Santi Quaranta, navigando lungo le coste settentrionali dell’isola di Corfù. La città albanese era chiusa da un anello di colline, non aveva un porto e il fondale delle sue acque era molto basso. I pescherecci, usati come mezzi da sbarco, facevano la spola dagli incrociatori, dai cacciatorpediniere e la riva. Dopo il primo tentativo di sbarco – continua il sig. Rizzello – alcuni civili u
scirono dai loro portoni con le armi in pugno e incominciarono a sparare nella nostra direzione. L’incrociatore che da lontano seguiva le operazioni, accortosi di questa reazione ostile, sparò un colpo a vuoto verso le colline soprastanti. Subito dopo, le persone che avevano aperto il fuoco rientrarono nelle loro abitazioni. Nessuna battaglia seguì. I pescherecci rimasero pochi giorni nelle acque albanesi, nel cui settore le forze italiane lamentarono una sola vittima, un soldato ferito in combattimento e deceduto uno o due giorni dopo il suo ricovero in un ospedale militare. Il sergente Rizzello e gli altri sottoufficiali dei quattro pescherecci ricondussero in patria la sua salma e la accompagnarono a Bari, forse la sua terra d’origine. Dal capoluogo pugliese, i quattro sottoufficiali della Regia Marina ritornarono in treno al porto di Brindisi.
Ha 101 anni e racconta la guerra in Albania
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