Avevo affidato ad un mio precedente post, qualche riflessione su come la pubblica amministrazione, nello specifico gli enti locali, ossia quelle più vicine alle proprie comunità amministrate, quindi i Comuni, le Province e le Regioni, potessero, in questa terribile emergenza sanitaria e socio-economica, contribuire maggiormente, con risorse proprie, senza aspettare gli aiuti dall’alto, ai bisogni urgenti dei propri cittadini che, in questi terribili giorni, vivono giorni terribili.
All’angoscia della paura della malattia, per tutti, a nostri rispettabili concittadini si aggiunge, a causa del confino obbligato in casa, anche quella della disperazione per non poter soddisfare i bisogni primari dei propri familiari e, senza mezzi termini, di poter andare avanti.
E’ doveroso stare in casa per arginare l’epidemia, ma per chi viveva dignitosamente “alla giornata”, o con lavoro precario, o in proprio, ha visto drasticamente ridurre, se non completamente azzerare, i propri redditi e ora sono nello sconforto più totale, perché, per parecchi di loro, questo significa anche non poter assicurare anche un pasto al giorno ai propri familiari.
Gli italiani hanno un grande cuore d’oro, da sempre, siamo il popolo più generoso per eccellenza ma, ora, serve uno sforzo straordinario collettivo e, ancora di più, delle pubbliche amministrazioni locali, perché ora devono dare fondo, subito, a tutto quanto è possibile mettere insieme, per poterlo destinare a questa grande emergenza sociale, a partire da chi ha più bisogno rispetto ad altri.
Prima loro e poi, immediatamente subito dopo, si deve pensare a come mettere in circolo qualcosa da destinare al tessuto produttivo, agli operatori economici locali, al fine di incentivare la ripartenza, ovvero a pensare a qualche forma di indennizzo per ripianare, in qualche modo, anche le perdite che hanno subito a causa del blocco forzato della loro attività lavorativa e professionale.
E’ chiaro che la parte più rilevante la debba fare il governo centrale, con misure corpose e straordinarie, ma le istituzioni locali possono fare anche tanto.
In ordine prioritario, una cosa da fare nell’immediato è quella di destinare, alle famiglie bisognose, tutti i buoni pasto dei dipendenti pubblici che ora sono in smart woking, ovvero in lavoro a distanza, perché tale tipologia di lavoro non prevede la corresponsione del servizio sostitutivo di mensa in favore dei dipendenti in lavoro agile. Questi “buoni”, seppure già finanziati, costituiscono ora economie per le pubbliche amministrazioni e possono essere destinati a soddisfare sempre il bisogno del “pasto”, ma ora delle famiglie in difficoltà. I lavoratori pubblici non perderebbero alcun loro diritto, perché questi buoni non sono dovuti durante il lavoro agile.
Nel contempo, bisogna racimolare tutto il possibile, ovvero rastrellare ogni minima risorsa finanziaria rimasta nei meandri dei propri bilanci, derivanti da risorse dormienti, dimenticate, economie di economie, residui di spesa, finanziamenti per prestazioni non più realizzate, o realizzate in parte, fino a spingersi anche a ridefinire le proprie programmazioni per devolvere risorse, originariamente destinate ad interventi che ora, in questo momento, sarebbero meno urgenti rispetto ad altri bisogni più impellenti da soddisfare. Bisogna cambiare l’ordine di priorità delle cose.
Ancora, alla suddetta operazione dovrebbe seguire quella di destinare tutte le ulteriori risorse, rivenienti da finanziamenti in conto capitale, non spese, o spese in parte, o perché rivenienti da economie, sia propri che acquisiti da altri enti finanziatori, ministeriali e regionali, per essere destinati, previa autorizzazione al loro diverso utilizzo, a lavori complementari e/o suppletivi da affidare subito con modalità semplificate.
Giorni fa il Presidente della Regione Puglia ha diramato una direttiva, molto condivisibile, con la quale suggeriva alle stazioni appaltanti pugliesi, considerato lo stato emergenziale in atto, di emettere certificati d’acconto per le imprese anche in deroga ai termini pattuiti. Buona cosa, ma molto insufficiente.
Al fine di dare aiuti concreti nel settore dei contratti pubblici si potrebbe suggerire sempre al Presidente Emiliano di autorizzare “normativamente” le stazioni appaltanti pugliesi, proprio per dare ossigeno in questa emergenza, e contribuire ad una minima ripresa economica, l’utilizzo di tutti i finanziamenti assegnati e non spesi, ovvero tutte le economie di spesa conseguite su ogni intervento finanziato, sia direttamente che indirettamente dalla Regione Puglia, comprese tutte le voce di spesa previste nei quadri economici di progetto quali: imprevisti, lavori in economia, ecc., per finanziare lavori aggiuntivi e suppletivi.
Per semplificare e velocizzare il tutto, gli affidamenti potrebbero avvenire, ricorrendone i presupposti del codice dei contratti pubblici, in modo diretto, sia alle medesime imprese affidatari dei lavori principali, alle medesime condizioni pattuite per questi ultimi, anche per “indennizzarle” della forzosa sospensione dei lavori subita, oppure in favore di altri operatori economici, in caso di indisponibilità dei primi.
Naturalmente, ogni attività professionale connessa a progettazione, direzione dei lavori e/o prestazione professionale connessa all’esecuzione dovrebbe essere affidata all’esterno.
Giusto per mettere in circolo, da subito, ogni risorsa prontamente utilizzabile e spendibile, senza aspettare i filoni dei corposi finanziamenti che, per forza, dovranno essere messi a disposizione a partire dalla UE.
Camillo Pugliese – funzionario Provincia di Brindisi (nella foto)