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(di Vincenzo Volpe*, nella foto) Da un po’ di tempo l’avvocato Molfetta ci sta offrendo, con ammirevole frequenza e grazie alla benevolenza di “Mesagnesera”, una serie di riflessioni di stampo culturale che immagino si possano definire di storia e filosofia politica.
Non ho alcuna difficoltà a riconoscere che le leggo con gran piacere, un piacere legato non solo alla nostra antica e collaudata conoscenza, ma anche al fatto che vedo in questa sua abitudine un nobile tentativo per sopperire in qualche modo alla cronica carenza di un sano dibattito su tali argomenti.
Pertanto spero che mi si perdonerà se per una volta prenderò nelle mie mani il testimone che ho intravisto nel suo ultimo intervento su “La dittatura dei partiti”.
Dato per scontato l’assunto di base che la storia la conosciamo tutti – per le eventuali, piccole, residue lacune si potrà sempre confidare nel mio caro amico Carmelo – ritengo che valga la pena analizzare alcuni aspetti un po’ più orientati verso il campo filosofico.
Discorrere sulla democrazia italiana credo non possa prescindere da una più ampia valutazione della democrazia in se stessa e nelle sue motivazioni.
Prima di giungere alla configurazione partitica e dei sistemi elettivi (maggioritario o proporzionale che sia) trovo opportuno focalizzare lo scopo vero che tali scelte si prefiggono e che, a mio avviso, parte da molto più lontano affondando le sue vere radici nelle caratteristiche tipiche dell’animo umano.
Naturalmente sviscerare adeguatamente quest’ultimo tema penso che meriterebbe una sessione dedicata solo ad esso, pertanto in questo capitolo mi limiterò a sostenere, quasi dogmaticamente, che tutto nasca dalla necessità di stabilire delle regole comuni che, rispettate ed applicate da tutti, possano permettere un vivere civile del gruppo a cui vengono assegnate.
Da tale postulato deve inevitabilmente discendere la consapevolezza che dette regole andranno tarate alla tipologia del gruppo che le dovrà adottare e questo, di fatto, spiega gran parte dei dubbi che affliggevano i grandi personaggi della costituente e, a ben guardare, rende conto pure delle nette differenze con Stati Uniti ed Inghilterra.
Infatti era più che ragionevole il desiderio di “… abituare alla politica …” un popolo appena uscito da un lungo periodo di torpore politico perché soggiogato dalla gerarchia fascista.
Per contro, essendo i nostri costituzionalisti personaggi di statura indubitabile, disponevano di lungimiranza sufficiente per temere i mali annidati nelle beghe del sistema proporzionale.
Fatti i dovuti distinguo (gli scenari sono cambiati, ma molto meno di quanto generalmente si pensi, gli attori invece sono drammaticamente peggiorati) il problema si sta riproponendo in questi giorni e i dati di esso sono sempre gli stessi: il proporzionale sembra meglio rappresentare il principio di democrazia, ma rende troppo macchinoso governare; il sistema maggioritario rischia di mettere troppo in ombra l’agognata democrazia favorendo possibili derive autoritarie.
La soluzione è sicuramente difficile da trovare ed istintivamente si tenta d’individuare un impossibile equilibrio fra tali estremi.
Non ci si deve però dimenticare che nel soppesare tali equilibri resta sempre di fondamentale importanza il fattore umano; quel fattore da cui eravamo partiti e che, primo fra tutti, influisce sugli atti che ciascuno di noi compie.
È probabile che tutti gli anni trascorsi (in Italia) in regime proporzionale non siano bastati ad “abituarci alla politica”; è più che possibile che le più recenti esperienze con il maggioritario abbiano risvegliato antichi appetiti, forse mai sufficientemente sopiti, comunque il dato che salta all’attenzione, ribadisco, è il ritorno, in funzione chiave, del fattore “animo umano”, quello che evidentemente non riesce a rendere troppi di noi adeguatamente asettici (magari intimamente e sinceramente democratici) o continua a far coltivare a troppi gli insani appetiti appena richiamati, quello che finisce per essere il vero responsabile delle “beghe del sistema proporzionale” sopra citate.
In sostanza ritengo che il vero nocciolo della questione non sia trovare il sistema migliore poiché come tale non può esistere, bensì si debba adottare quello più opportuno al momento storico che una determinata popolazione si trova ad affrontare.
Sia chiaro che senza la benché minima velleità ho solo voluto provare a lanciare una manciata di sassolini nello stagno per tentare di avviare uno sviluppo ben più corposo di ciascuno dei vari punti a cui, assai superficialmente, ho accennato.
*Nato a Mesagne, 60 anni. Medico, laureato in medicina presso l’Università di Roma. Medico ospedaliero presso il reparto radiologia dell’ospedale di Mesagne. Componente della segreteria Pd dal 2014. Responsabile sanità e welfare.
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