“Alla strata ti la stazzioni
ogni dumènaca pi ‘ddo-tre ori
fanno la corsa tre grandi signori
cu li cavaddi curritori.
E li villani comu ‘babbati
Uardunu e ‘uardunu
ti ‘mmienzu alli strati”
Cantavano così “Le satire” a Mesagne intorno al 1900.
In quegli anni, essendo l’automobile un veicolo molto raro, ed, in molti paesi, del tutto inesistente, i ricchi signori avevano ancora viva la passione per i cavalli. E tre giovani e ricchi signori di Mesagne, appassionati, appunto, di cavalli, anzi, di cavalli trottatori, facevano per la via, o viale che fosse, della Stazione, nei pomeriggi domenicali, le corse con i loro cavalli trottatori.
E la gente, il popolino che, come si è detto altrove, nei pomeriggi domenicali si riversava un pò al Largo della Porta Grande, alla Villa ed al Viale della Stazione, assisteva, dilettandosi, non poco, a queste corse: a questo, direi, saettare di cavalli e biroccini, dalla Stazione al Largo della Porta Grande e viceversa, per quasi un’ora. Lungo il Viale della Stazione che, non usandosi ancora la bitumatura delle strade, era più o meno polveroso o più o meno fangoso.
Ma, per la storia, chi erano i tre gran signori delle satire che facevano le corse ?
Due erano giovani di famiglie ricche e signorili, grandi proprietarie terriere; giovani che vivevano dolcemente la vita tra amori contadineschi e di palcoscenico, cavalli, cacce, giuoco delle carte ecc.; giovani che buttavano, come cicche, intere mezze sigarette Macedonia che, allora, almeno a Mesagne, erano chiamate Marca D’oro.
Questi giovani, di estate, allora che si andava sempre a testa coperta, usavano, unici del paese, i cappelli di panama e di lusso; conformati superiormente a padella, con la falda anteriore alzata e quella posteriore abbassata. Erano don Bertu e don Smaldinu.
Il terzo, don Aresti, era un giovane farmacista dalla testa simpaticamente bislacca; anch’esso di famiglia signorile, ma economicamente modesta. La farmacia, però, con i molti guadagni, gli permetteva di possedere, anche lui, un cavallo trottatore e di gareggiare con gli altri due, Onde, le già citate satire cantavano:
“Don Aristinu cu la spizzaria
sia ca teni ‘na massaria
e cu li sordi ti lu crimori
s’è ‘ccattatu lu trottatori”.
Il cremore, era una volta, assai usato in medicina come leggero lassativo e quindi se ne vendeva molto.
In quegli anni, a Mesagne i costumi erano piuttosto severi, ma ciò non impediva che don Bertu, don Smaldinu, don Aréstinu ed altri giovani signori facessero strage di belle contadinelle che si concedevano ad essi affascinati dal loro… don.
E le satire cantavano:
“Li carosi ti Misciagni
sontu tutti nna gran cosa
ma nisciun ‘cchiù li sposa
ca don Bertu e don Smaldinu
l’hannu fatta quedda cosa”.
da: “Ricordi di un Paese del Salento intorno al 1906” di Luigi Scoditti