(di Maria De Guido) Sono trascorsi quindici anni da Genova 2001. L’anniversario risveglia ogni volta il senso di sgomento che accompagnò quelle tragiche giornate. Tragiche perché non segnarono solo gli incubi di chi era lì ma anche perché mostrarono i limiti profondi di una democrazia incompiuta. Chi c’era preferisce parlare poco ormai di che cosa ebbe davanti agli occhi e addosso. Furono lacrimogeni, manganellate, insulti, torture fisiche e psicologiche in un climax di oscenità che raggiunsero il culmine nella scuola Diaz – autorizzata all’uso con concessione della Provincia – e nella caserma di Bolzaneto. Furono cariche feroci contro i manifestanti, inseguimenti nei vicoli, aggressioni a gruppi “armati” di canotte, bandane e bottigliette di acqua calda. Mentre tutti ricordano il teatrino dei black block, gruppi mascherati che innescavano scontri, fuggivano e non venivano mai raggiunti da agenti che lungo il percorso pestavano tutti gli altri. Era legale la manifestazione del Genoa Social Forum, per l’organizzazione furono stanziati persino finanziamenti pubblici. Il Movimento rappresentò una speranza politica che si muoveva nelle regole ma non pretendeva né di governare né di prendere parte alle elezioni. Non fu una manifestazione di lotta per il potere ad essere sedata nel sangue ma la richiesta politica – tollerata-non osteggiata fino a quel momento dalla politica di poltrona, destinata a perdere per sempre di credibilità – per la libertà di circolazione delle persone, al pari di quella di circolazione delle merci. Ad un tratto si spensero le luci, finì lo Stato democratico e cominciò quello autoritario, un black out voluto e guidato dai vertici dello Stato che sarebbe costato all’Italia dodici milioni di euro di danno patrimoniale e d’immagine. Il capo della polizia, nonché responsabile dell’ordine pubblico, era Gianni De Gennaro che nelle ore più tragiche di quei giorni si confortava – semmai ce ne fosse stato bisogno – con l’indimenticabile Ministro dell’Interno Claudio Scajola che si vide “costretto” a dare l’ordine di sparare se solo “qualche manifestante avesse oltrepassato la zona rossa”. Intanto si teneva informato l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi impegnato a palazzo Ducale nel vertice con i “grandi della terra”. Nel frattempo, il Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini si rendeva protagonista di una lunga sosta nella centrale operativa dei Carabinieri di Genova. L’Italia a Genova, con il benestare almeno di tutti i capi di Stato europei, fomentò e praticò il reato di tortura non previsto nel suo ordinamento. Dopo essere stata condannata per i fatti di Genova dalla Corte Europea di Strasburgo – i colpevoli di quella violenza spropositata che la Cassazione ha definito “sadica e cinica” avrebbero dovuto essere puniti adeguatamente ma ciò non fu possibile “a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane” – il Paese continua sì a discutere dell’introduzione del reato ma si arrovella su ragioni tarate da visioni di parte degne del peggior regime. Sul concetto di tortura si trastulla il Ministro Angelino Alfano, affinché l’introduzione serva per “evitare ogni possibile fraintendimento riguardo l’uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia”. Il reato di tortura non come fattispecie da prevedere per punire ma come necessità da giustificare! Genova mostrò come uno Stato di diritto possa trasformarsi in una dittatura allo schiocco di dita di Istituzioni invasate, immature e spocchiose. Una propensione autoritaria che avrebbe potuto manifestarsi – come non ha mancato di fare – in altri contesti, a partire dalle caserme giudiziarie e che intanto è servita per addebitare all’Italia la più grande sospensione dei diritti democratici riscontrata in un Paese occidentale, per definizione di Amnesty International.
Ieri, oggi e sempre restino maledetti i responsabili di quella macelleria sociale e coloro che la giustificarono. Maledetti siano i trasformisti e chi dimentica, per salvarsi e per confondere.