Qualcosa di profondamente stonato quando un giornale prende ordini dal capo e li trasforma in linea editoriale come se fossero verità rivelate. Il giornalismo nasce per fare domande, non per recitare risposte già scritte. Quando invece la voce del direttore diventa la misura di ogni cosa, il giornale smette di essere uno spazio pubblico e si trasforma in un pulpito.
Lo stile “da omelia” è riconoscibile: tono solenne, morale definitiva, distinzione netta tra giusti e sbagliati. Non si argomenta, si ammonisce. Non si verifica, si proclama. Le notizie diventano parabole. I fatti strumenti utili a confermare la tesi del giorno. Il direttore assume una postura quasi sacerdotale: non guida un confronto, ma dispensa interpretazioni che si presentano come verità indiscutibili.
Il problema non è avere una linea editoriale. Il problema nasce quando la linea precede la realtà. Quando la conclusione è stabilita prima dell’analisi. In quel momento il giornale non informa più: orienta, indirizza, talvolta manipola. Il lettore non è più cittadino da rispettare, ma pubblico da guidare verso una direzione già tracciata.
Un’informazione modellata sul comando tende anche a semplificare. Le sfumature disturbano l’omelia. I dubbi incrinano l’autorità. Eppure proprio il dubbio è il cuore del buon giornalismo. Un direttore che parla solo per affermare e mai per interrogarsi finisce per sostituire la complessità con la morale, l’analisi con il giudizio.
C’è infine una questione etica. Se il direttore decide cosa è vero prima ancora di confrontarsi con i fatti, a chi risponde davvero? Alla ricerca della verità o alla propria visione del mondo? Il confine tra informazione e militanza diventa sottile. E quando si assottiglia troppo, la fiducia si erode.
Un direttore può anche dettare l’agenda, ma se lo fa come un predicatore più che come un garante della complessità, rischia di ottenere consenso immediato e perdere credibilità nel tempo. E senza credibilità, resta solo la voce.
Concordo, ma proprio per questo il confine non è “sottile”.