Il bando per l’assegnazione dei locali in Piazza Commestibili non ha dato i frutti sperati. Non quelli auspicati dalla stessa Amministrazione Comunale e dalla maggior parte dei mesagnesi; da chi è di passaggio e domanda: “E di questa Piazza che ne farete?”. Occorre corazzarsi di fugace sicurezza per replicare senza tentennamenti, come qualcuno prova ancora a fare, fosse solo per scaramanzia. Il leitmotiv nelle risposte è lo
stesso da tempo, vale a dire mantenerne l’identità commerciale. Il riferimento è all’identità impressa dal mercato di ortofrutta che ne ha suggellato il ricordo imperituro. Il pensiero corre pure alla nuova identità della quale Mesagne da qualche lustro si fregia, quella culturale, delle kermesse canore e dei teatri d’avanguardia. Ma poi lo sguardo riatterra. Sulle chianche già un po’ sgarrupate, sui battenti mai aperti, sull’umidità che appiccica i vetri e gli intonaci; sul buio che ogni sera cala il sipario su uno spazio suggestivo quanto desolato, a tratti gotico. Nove proposte per un un’offerta che doveva prevederne almeno dodici non è un risultato confortante.
L’unica identità certa che questo spazio continua a darsi è quella conferita dalla botteghe che lì si affacciano. Sono i ristoranti e i pub vecchi e nuovi intorno, lu putichinu di Massimo, la macelleria di Franco, la pescheria ti Rafeli, l’abbigliamento di Benito 1961. Queste accanto a quelle che della Piazza sono parte integrante: lo storico Bar Paris, da qualche anno spostato solo un po’ più a lato, con una nuova gestione che sfida la crisi; Giudamino e l’enoteca, esempio di ottimistica impresa a conduzione familiare. Sono tutti insieme espressione contemporanea – e più o meno consapevole – del genius loci che rimanda a sciardinieri e cattaevindi; insieme alla chiazza ti lu pesci – che fu mercato ittico prima dell’imponente Laboratorio
Urbano – hanno assistito al divenire senza evoluzioni dell’antico pezzo urbano, adesso sospeso tra passato e futuro.
E’ possibile che si sia fatto trascorrere troppo tempo dalle numerose inaugurazioni; che tra un proclamo politico e l’altro si siano smorzati gli entusiasmi. Nel frattempo la crisi economica ha cominciato a scorrere veloce come veleno in arterie incerte. E dunque, gli imprenditori non se la saranno sentita di compiere il grande salto, temendo il vuoto? I giovani, quelli che non sono via da qui, non avranno creduto in un progetto che si è intravisto appena, con rischi troppo alti per tasche troppo vuote? Resta la sfida di provare a leggere le proposte comunque avanzate, capire se era questa la premessa che si attendeva. C’è da chiarire come si assegneranno i locali in esubero, se con riapertura dei termini o con trattativa privata. Tutto purché anche per Piazza Commestibili un nuovo presente si faccia tempo.
Il tempo di Piazza Commestibili
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