Il Comune di Siziano, un paesino di circa 6.000 abitanti in provincia di Pavia, ha deciso di intitolare una via a Marcella Di Levrano (nella foto), giovane mesagnese vittima innocente della Sacra corona unita. Il corpo straziato di Marcella fu ritrovato nell’aprile del 1990 nel boschetto di contrada Lucci, poco fuori Mesagne, in agro di Brindisi. La cerimonia si terrà il prossimo 24 marzo. “La sua storia ci è entrata nel cuore – scrive Donatella Pumo, sindaco di Siziano – e abbiamo voluto farne un esempio per i nostri cittadini”. Il 24 marzo a Siziano sarà organizzato il “Cammino per la legalità” che svolgerà nelle strade della cittadina pavese e al quale dovrebbe essere presente il Gonfalone della Città di Mesagne. Al termine sarà inaugurata la strada intitolata a Marcella.
La storia di Marcella, grazie alla determinazione e alla tenacia di Marisa Fiorani (la mamma di Marcella) e ai vari media e social, ormai è conosciuta in tutta Italia, fatta eccezione per Mesagne, la sua città. Ma a Mesagne, è stato sempre così. Con tutti i suoi eroi. La storia di Marcella, per molto tempo sepolta come lo era stata lei prima di essere ritrovata nel bosco, grazie alla tenacia e alla determinazione della madre Marisa, sostenuta da “Libera”, l’associazione di don Ciotti, ormai è una storia che migliaia di ragazzi delle scuole di ogni parte d’Italia (esclusa Mesagne) hanno imparato a conoscere, ascoltando proprio le parole con le quali Marisa ha raccontato la “vita” di Marcella.
La storia di Marcella che si ribellò alla Scu (di Fernando Orsini). 26 anni. Tanti ne sono passati dal quel 5 aprile 1990, quando in un bosco fra Mesagne e Brindisi venne rinvenuto il corpo martoriato di una ragazza mesagnese, molto bella, che avrebbe compiuto 26 anni il successivo 18 aprile. Si chiamava Marcella Di Levrano, madre di una bambina ancora in tenera età, e la sua storia – per molto tempo sepolta come lo era stata lei prima di essere ritrovata nel bosco alla c.da “Lucci” – merita di essere ricordata e fatta conoscere. La sua morte orribile, stando all’autopsia venne fatta risalire ad una decina di giorni precedenti il ritrovamento del corpo straziato, con il volto sfigurato e reso irriconoscibile dai colpi infertile con un grosso masso trovato accanto.
Della sua efferata esecuzione, decisa – come appreso in seguito dai racconti di alcuni collaboratori di giustizia, ritenuti del tutto attendibili – dalla “Sacra Corona Unita”, non sono stati mai giudicati e condannati né i mandanti, né gli esecutori materiali, anche se per gli inquirenti, quella orrenda fine era sicuramente riconducibile a dinamiche di tipo mafioso, come emergeva dalle dichiarazioni rese da più collaboratori di giustizia.Stando alle affermazioni degli stessi “pentiti”, Marcella, dopo un trascorso di tossicodipendente, frequentazioni di ambienti malavitosi e con pregiudicati appartenenti alla criminalità organizzata brindisina e salentina, aveva deciso di abbandonare quel mondo, iniziando a collaborare con le forze dell’ordine e riferire alle stesse quel che sapeva della Scu. Marcella aveva l’abitudine di annotare tutto ciò che le accadeva in un’agendina alla quale, sin dai tempi della scuola, confidava tutti i suoi pensieri e gran parte di ciò che le capitava durante la giornata. Diventò un diario minuzioso che raccontava storie di droga, di criminalità organizzata, ma anche di ripulsa di quel mondo. Non le fu dato il tempo di venirne fuori perché non appena si ebbe il semplice sospetto, fu decisa immediatamente la sua eliminazione in modo così spietato, uno degli atti più truci della storia della Sacra corona unita.
La storia e la memoria di Marcella Di Levrano sono da diversi anni coltivate dalla madre Marisa, che con orgoglio e dignità, girando le scuole d’Italia per parlare con gli studenti di Marcella e di legalità, rivendica tenacemente il proprio ruolo di mamma dopo che per troppo tempo, anche alcuni di coloro che avrebbero dovuto affiancarla, l’hanno fatta vergognare di esserlo. Fortemente sostenuta in questa sua “missione” da ‘Libera’, l’Associazione di don Ciotti, tanto che ormai da tempo, il nome di Marcella, il 21 marzo di ogni anno viene menzionato nella giornata della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti delle mafie.Il riconoscimento più alto e commovente dell’opera di Marisa, portata avanti senza alcun risparmio di energia, è stato quello di ritirare, in un teatro milanese di fronte ad un pubblico tutto in piedi, l’Ambrogino d’oro che la Città di Milano ha assegnato qualche anno fa a Denise Cosco, testimone di giustizia, ancora sotto scorta dopo che la madre, Lea Garofalo, venne uccisa da un’organizzazione ‘ndranghetista’ capeggiata dal marito, come recentemente visto nel film di Marco Tullio Giordana, “Lea”, con una intensa interpretazione della nostra Vanessa Scalera. L’aver voluto Denise che fosse propria la mamma di Marcella a ritirare per suo conto l’Ambrogino milanese, ha un valore simbolico il cui significato non sfugge a nessuno. A soli tre giorni dalla presentazione a Mesagne della “Storia della sacra corona unita” di Andrea Apollonio, che ha parlato di una nuova “Primavera” per Mesagne, non vorremmo che la storia di Marcella, archiviata per la giustizia, lo fosse anche per la coscienza civile di una Città e di una comunità e sia, invece, una storia che deve necessariamente essere disseppellita dall’oblio in cui è stata avvolta per oltre due decenni. Perché è la storia di una donna orribilmente massacrata da uomini che le erano [anche] stati vicino, incapaci di tollerare il suo coraggio, la forza e la determinazione di abbandonare un mondo che non era più il suo.
La storia di Marcella, uccisa a colpi di pietra perché voleva uscirsene dalla droga. E proteggere la sua bambina (di Gianmarco Di Napoli, Direttore de il7 Brindisi Magazine) Marcella guardò negli occhi il suo assassino. Aveva capito che era finita. Eppure mantenne lo sguardo dritto, gli occhi nello stesso momento fieri e imploranti: “Non fa niente per me, ma ti prego, dopo pensa alla mia bambina”. Queste parole, questi sguardi, il racconto degli ultimi istanti di vita di Marcella Di Levrano sono stati così terribile che persino la malavita li ha tramandati a bassa voce, come una vergogna, come uno degli atti più truci e vigliacchi della storia della Sacra corona unita.
Non si è mai saputo chi, 25 anni fa, fracassò la testa a colpi di pietra di questa ragazza che aveva deciso di uscire dalla droga ma che temevano potesse raccontare tutto, smontando pezzo per pezzo le ambizioni della mafia mesagnese. Di quel delitto neanche i pentiti hanno fornito indicazioni utili a incastrare l’assassino, anche se un nome è circolato con insistenza. Ma forse non sarà mai condannato. L’uomo che ha raccontato di quelle ultime parole e della promessa di aiutare la bimba che aveva reso orfana.
Marcella Di Levrano era la seconda di tre sorelle. La madre, Marisa Fiorani, nel 1968, aveva scelto di abbandonare il marito violento e di portare con sé a Mesagne le tre bambine facendo di tutto per farle crescere nel miglior modo possibile. Marcella alle scuole medie era tra le prime della classe. Si iscrisse al Magistrale e al secondo anno una sera non tornò a casa. La ritrovarono due giorni dopo, completamente fatta di eroina.
Qualche tempo prima aveva iniziato a bazzicare in ritrovi alternativi in cui si “fumava” liberamente, poi la dipendenza dall’eroina che in quegli anni era il passaggio quasi scontato, con biglietto di sola andata. Marcella era intelligente e bella. Entrò subito negli ambienti malavitosi che le garantivano la dose di eroina quotidiana, nel giro degli ambiziosi giovani boss di una Sacra corona che muoveva i suoi primi, sanguinosi passi. E ne iniziò a conoscere i segreti.
Marcella aveva l’abitudine di annotare tutto ciò che le accadeva in una agendina alla quale, sin dai tempi della scuola, confidava tutti i suoi pensieri, ma anche gli avvenimenti della giornata. Diventò un diario meticoloso che raccontava storie di mafia e di droga. La nascita della sua bambina, venuta al mondo dopo una breve relazione, e alla quale voleva tutto il bene del mondo, la riportò a ragionare, a rendersi conto che se voleva assicurarle un futuro doveva smettere di drogarsi, uscire da quel mondo nel quale era rimasta prigioniera. Avrebbe voluto raccontare tutto, liberarsi, far arrestare gli spacciatori di droga e quelli che li rifornivano. Non l’avrebbero uccisa, forse, se non ci fosse stata quell’agendina. Ma temevano che finisse nelle mani degli sbirri.
E così la Sacra corona decise di farla finita nel modo più barbaro: lapidandola in un bosco di contrada Lucci. Colpi di pietro sul viso, perché questa era la morte orrenda che veniva riservata agli infami. Quando i primi pentiti iniziarono a raccontare gli omicidi della Scu avvenuti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio di quelli Novanta, più volte si tentò di smascherare il più feroce degli assassini, quello che aveva straziato quella ragazza di 26 anni. Ma nessuno riuscì a a incastrarlo. La figlia, che oggi ha la stessa età della madre quando fu uccisa, è stata adottata da una delle zie. Non sappiamo se sa. Ma se sapesse, sarebbe fiera di quella madre che l’amò sino all’ultimo istante della sua vita e che morì per regalarle un futuro migliore.
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