Tra poche ore calerà il silenzio elettorale su una lacerante campagna referendaria che non poche crepe ha aperto nel già fragile sistema istituzionale del Paese.
Voterò NO alla riforma costituzionale proposta, di fatto, dal Governo Meloni non già per disciplina di partito ma per radicate convinzioni sul merito della stessa e sul metodo con il quale essa è stata licenziata delle camere.
Ho a lungo ascoltato amici, compagni, alcuni di loro donne e uomini impegnati nella professione forense, di cui ho molta stima, che sostengono le ragioni del SI. Li rispetto, li considero e continuerò a considerarli fervidi democratici e autentici garantisti, ma questa volta non mi hanno convinto.
Le reali intenzioni, spesso involontariamente dichiarate, con le quali la destra ha prima approvato a colpi di maggioranza e poi sottoposto al voto referendario questa riforma, per me superano i migliori propositi di quanti, mossi da nobili e condivisibili princìpi, domenica e lunedì esprimeranno il loro voto favorevole.
E’ tutto fuorchè garantista un governo che mentre sbandiera la separazione delle carriere dei magistrati, di fatto già esistente, introduce una sequela di reati fino a limitare la libertà di manifestare.
Si dirà che non si vota sul governo ed è giusto, ma è il nucleo di valori, idee e culture di riferimento degli ispiratori della riforma ad avvicinarci più a Trump e a Orbàn che allo spirito dei costituenti. Ed è radicata in questa nuova internazionale sovranista, che ha nella Meloni una irriducibile seguace, l’idea di rompere l’equilibrio tra i poteri dello Stato, eliminando ogni possibile contrappeso, vero o inventato che sia (“i giudici non ci consentono di governare” cit.), al potere esecutivo.
Se questo è, e a mio modesto avviso questo è, vale davvero la pena sacrificare questa parte della nostra Costituzione sull’altare di qualche effimero beneficio in direzione garantista, che sempre più appare come una foglia di fico?
Credo di NO. Ritengo non sia giusto, oltre che molto poco garantista, correre il rischio che prima o poi arrivi un governo che metta sotto il proprio controllo i Pubblici Ministeri; penso sia sbagliato umiliare i magistrati privandoli del diritto di voto dei membri togati del CSM con il fine di togliere potere alle correnti mentre si poteva raggiungere lo stesso risultato individuando sistemi ben più equilibrati di elezione, se solo ci fosse stato un vero dibattito parlamentare; mi pare un abuso avere un’Alta Corte disciplinare giudice di se stessa e con rapporti di forza al suo interno a favore dei membri laici e a sfavore dei membri togati.
Ritengo, infine, che né la Costituzione, né la giustizia in Italia siano irriformabili, ma che ciò possa avvenire solo all’esito di un serio e approfondito dibattito parlamentare e non per forzature della maggioranza di turno, per quanto questa si muova nel solco dell’artitcolo 138 che disciplina il procedimento di revisione costituzionale.
Per queste ragioni di merito e di metodo voterò convintamente NO.
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