Il giornalismo italiano vive un momento difficile. Secondo l’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontières, la libertà di stampa in Italia ha raggiunto il punteggio più basso di sempre dal 2013, scivolando alla 49esima posizione globale. I motivi? Minacce mafiose, pressioni politiche, censure e precariato. Dal Sud colpito dal crimine organizzato, ai tribunali dove la cosiddetta “legge bavaglio” ostacola l’accesso agli atti giudiziari, il lavoro dei giornalisti si fa sempre più rischioso e fragile. RSF denuncia una realtà in cui molti professionisti dell’informazione scelgono l’autocensura per evitare denunce o scontri con le linee editoriali.
A pesare è anche il fattore economico: dipendenza da pubblicità e fondi pubblici, tagli strutturali, e una precarietà dilagante che mina l’autonomia delle redazioni.
Intimidazioni, minacce, auto incendiate e giornalisti sotto scorta: in Italia sono almeno venti quelli che vivono sotto protezione per aver osato toccare temi scomodi come mafia e corruzione.
Il dato più allarmante? Non è solo la posizione in classifica, ma il crollo costante dell’indice di valutazione negli ultimi anni. Una deriva che non può essere ignorata.
Minacce mafiose, pressioni politiche, censure e precariato
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