
(di Marco Mitrugno, nella foto) Ho letto con attenzione nei giorni scorsi gli interventi, pubblicati sulla stampa locale, scritti dal vicesindaco Canuto e dal segretario di NIP Calabrese.
Il governo nato dall’accordo tra Pd e Pdl ha una chiara impronta democristiana, sia per alcuni atteggiamenti che si sono visti in questa prima settimana, che per gli uomini che lo compongono: Letta, Mauro, Lupi, Alfano, Delrio sono esponenti provenienti dal movimento giovanile Dc. Il rischio di una deriva democristiana mi pare evidente: nel discorso alle Camere, Letta ha cercato di accontentare tutti, anche i grillini, senza però specificare quali riforme strutturali vorrebbe mettere sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Non basta abolire l’Imu o togliere lo stipendio ai ministri che già ricevono quello da parlamentari: sono entrambe soluzioni demagogiche e che servono a calmare temporaneamente il sentimento antipolitico dell’italiano medio.
Morire con la politica democristiana al governo è ciò di cui il Paese non ha bisogno. Chi conosce bene la storia politica del dopoguerra italiano, sa bene che la Democrazia Cristiana scelse di portare avanti una politica economica statalista, utilizzando la spesa pubblica per distribuire benessere (fasullo), utilizzando le clientele per ottenere consenso politico. Tra l’altro nell’era democristiana l’Italia non ha mai conosciuto la cultura dell’alternanza. Semmai , durante gli anni Settanta, cominciò a sciogliersi la conventio ad excludendum nei confronti del Pci, con la nascita del “governo della non-sfiducia” guidato da Giulio Andreotti.
Di tutto questo non abbiamo necessità, come non abbiamo bisogno del cambiamento che vorrebbe la sinistra italiana: combattere la ricchezza (anziché incentivarla), aumentare la spesa pubblica e quindi aumentare le tasse.
Il Paese ha la necessaria esigenza di prese di posizioni radicali e, talvolta, anche impopolari. Prese di posizioni liberali e liberiste (a questo proposito: chi dice che la colpa è del liberismo mente sapendo di mentire) che mettano in gioco alcuni tabù e che diano spazio a riforme mai compiute: le liberalizzazioni, le privatizzazioni, il taglio della spesa pubblica improduttiva, l’abbassamento della pressione fiscale sul lavoro, l’incentivazione dell’iniziativa privata, la promozione della concorrenza nel settore pubblico contro i monopoli; la riforma del mercato del lavoro, con un sistema più flessibile che metta fine al dualismo tra garantiti e non garantiti. Riforme che non dovrebbero fermarsi solo al campo economico, ma che tocchino anche i diritti civili – riconoscimento delle coppie di fatto eterosessuali ed omosessuali, rendere legale l’eutanasia – per arrivare, infine, alle riforme istituzionali: semipresidenzialismo, premierato forte capace di togliere alla partitocrazia l’immenso potere che ha in Italia e mettere fine al bicameralismo perfetto.
Sono temi che un governo di larghe intese non potrebbe mai affrontare, sebbene questa sia l’unica strada percorribile ad oggi. Per avere una vera democrazia dell’alternanza bisognerebbe avere due poli (meglio se due soli partiti, ma questa è un’utopia nel nostro Paese), l’uno liberale e l’altro socialdemocratico. Due poli che mettano da parte le rispettive ali estreme – Vendola da una parte e Lega dall’altra – e che trasformino la repubblica italiana in una democrazia compiuta. Per questi motivi non si deve morire democristiani: non vi è la necessità del consociativismo e della partitocrazia che abbiamo conosciuto nella Prima Repubblica , ma di posizioni nette e nuove che diano il via alla Terza.
Questa, a parere di chi scrive, è la foto attuale della politica nazionale, che si ripercuote inevitabilmente sulle vicende locali. Stiamo vivendo in questi giorni la crisi del centrosinistra mesagnese, che ha trasformato la vicenda amministrativa in un congresso interno, lasciando di fatto la città senza un governo per un paio di mesi e dimostrando di essere attaccata alla spartizione dei posti piuttosto che alla risoluzione dei problemi. Forse è arrivato il momento di costruire un’alternativa capace di assumersi le proprie responsabilità.