Femminicidio è un termine forte che ritroviamo troppo spesso ma che non deve mai assuefarci. Non va persa la consapevolezza che dietro ogni vittima c’è molto più di un numero nelle statistiche: c’è una persona con la sua vita, una donna che patisce il dolore di ciò che ha subito, o ancora subisce, e che ha bisogno di un lungo percorso di accoglienza e rispetto per superarlo.

Annarita Gianniello
La violenza contro una donna non è solo fisica: c’è una violenza fatta di parole, espressioni, umiliazioni, intimidazioni e colpevolizzazioni che spesso ci trovano indifferenti spettatori nel quotidiano. Esiste una violenza verbale a casa, a lavoro, nelle relazioni sociali reali e digitali. Le parole possono essere più pesanti di una mazzata: sono veicolo di pressione psicologica, pregiudizi o giustificazioni di comportamenti non rispettosi della dignità della donna. Questo sottile e ripetuto atteggiamento, goccia dopo goccia, porta molte donne ad essere così impaurite da scoprirsi incapaci di chiedere aiuto per interrompere la spirale di sofferenza e disistima in cui sono costrette.
Anche «l’amore» può diventare patologico quando assume le forme di un controllo manipolativo sulla vita dell’altra con espressioni come «dove vai, con chi vai, come sei vestita o truccata» o ancora peggio arrivando a colpevolizzare il partner con espressioni del tipo «se mi lasci ti uccido». Una gelosia iperprotettiva che diventa insana generando violenza emotiva quando non fisica. Dichiarare amore ed arrivare a distruggere la persona che si dice di amare è un evento per nulla raro. Basta leggere la cronaca.