I servizi sociali comunali sono a lavoro da almeno 20 giorni. In prima fila l’assessore Anna Maria Scalera (nella foto) e le due assistenti sociali, Stefania Palana e Francesca Praticò, che ricevono per appuntamento per garantire, per quanto è possibile, la privacy. Lunedì scorso il banco alimentare comunale ha consegnato 125 pacchi alimentari, di cui 25 pacchi a domicilio. Solo martedì scorso sono stati erogati 50 buoni acquisto di viveri e medicinali del valore che varia da 25 a 50 euro a secondo il nucleo familiare e la presenza di minori. “Ma non è facile – spiega l’assessore -. Molti non si rivolgono ai Servizi sociali perché si vergognano. Soprattutto i “nuovi poveri”, persone che prima del Covid 19 lavoravano e non avevano mai fatto accesso ai Servizi sociali”. Per tanti, per molti, la dignità non ha prezzo. L’essere costretti ad andare a chiedere l’elemosina presso i Servizi sociali del Comune o alla Protezione civile è una delle peggiori umiliazioni per un padre di famiglia. I cittadini in difficoltà andrebbero aiutati con contributi economici versati direttamente alle famiglie, e non scaricare il tutto ai Comuni. Si sarebbe garantita, innanzitutto, la privacy e la procedura sarebbe stata più veloce. Ma questo avviene in un Paese normale. “Per l’emergenza è stato riaperto il bando sia per le farmacie che per i supermercati e negozi di genere alimentari – aggiunge l’assessore -. Continuiamo la raccolta fondi grazie alla grande generosità dei mesagnesi, non solo imprenditori ma anche di semplici cittadini. Addirittura sono arrivati contributi dalla Germania, da associazioni, comitati rionali, negozi che regalano pasticcini, mascherine, ecc.”. E continua: “Tra buoni viveri e pacchi consegnati abbiamo dato una risposta a 400 nuclei familiari. Sono tanti, tra gli “storici” ed i nuovi poveri. Il finanziamento del governo è solo per beni di prima necessità, medicine ed alimenti. Poi ci sono altre esigenze: le bollette, gli affitti, ecc. L’altro giorno una signora che ha perso il lavoro ha ricevuto in data 25 marzo un sollecito di pagamento dell’energia elettrica”. “Gente che non solo lavorava in nero (ndc. un fenomeno non solo del Sud), ma anche chi non lavora in nero, gli stagionali, chi vive della giornata andando in campagna, le tanti badanti o donne addette alle pulizie e che adesso sono rimaste a casa, tutta gente che non ha la mentalità di andare a chiedere nulla a nessuno. Le tante attività chiuse: chi lavorava come cameriere nei ristoranti, il barman nei bar, di chi ha un piccolo negozio chiuso dalle disposizioni contro il virus”. E conclude: “I casi più bisognosi spesso è difficile individuarli e ci affidiamo a persone che ci segnalano situazioni di disagio. Quando li contattiamo rispondono che non hanno problemi. Ma dove ci sono soprattutto minori, vanno individuati e sostenuti”. Spesso le procedure burocratiche scoraggiano i cittadini ad affrontare l’iter per ricevere un misero “buono spesa”. E’ necessario l’immediata liquidità che solo il sistema bancario, magari anticipando le somme, può garantire per non restare impantanati nelle mani della burocrazia. Ci sarebbe bisogno di aiuti a tassi zero per poter riaprire le attività e tornare ad essere autosufficienti. In Italia c’è il rischio (fondato) che la cassa integrazione per tanti lavoratori che sono rimasti a casa, che arrivi a fine aprile. Dietro l’angolo c’è il fondato rischio che gli “avvoltoi” siano pronti alla speculazione e a soffiare sulla fascia del disagio.
