Franco Bianco, naturofilo appassionato di storia locale di Mesagne, continua a camminare tra i ricordi e i campi che hanno forgiato la sua personalità. In questo breve ritratto giornalistico, emerge una Mesagne fatta di terra, lavoro e solidarietà, dove la cura dei semi è memoria vivente e la biodiversità un patrimonio comune.
Franco lo incontri al bar e racconta di una cultura dei semi guardata da secoli come eredità preziosa. In paese, le attività agricole sono state tradizioni condivise tra generazioni: i giovani imparavano dai padri e dai nonni, e la terra diventava scuola di vita. La semina, la raccolta e la conservazione delle sementi non erano mere attività economiche, ma pratiche etiche che facevano della comunità una rete di sostegno reciproco. Parla del “rispigu”, una forma di solidarietà che permetteva ai bisognosi di attingere liberamente dalle coltivazioni, un gesto che si estendeva a tutte le colture dei giardinieri mesagnesi.
Nella casa di Franco, Cosima, madre accogliente, trasformava la tavola in uno spazio di scambio di racconti e di generosità. Quante volte la famiglia offriva pasti caldi a chi veniva a ritirare verdure? Ogni gesto diventava narrazione di una società in cui chi aveva poco offriva molto, e dove la convivialità era disciplina di vita quotidiana. Nei decenni degli anni ’50, i “poppiti” — popolani che giungevano dal basso Salento per apprendere i segreti della coltivazione — trovavano nel giardino di Franco una aula a cielo aperto. Qui si preparavano montagne di ortaggi da vendere e condividere, e si praticava una conservazione attenta delle sementi per impedire l’ibridazione e conservare la purezza del seme.
L’attività agricola di Franco è legata soprattutto al mugnolo, ortaggio tipico del Salento che, in periodo natalizio, attirava acquirenti dai paesi vicini e dalle Murge tarantine, diventando una preziosa risorsa economica. Ma sono i “sciardinieri”, custodi della biodiversità, a tessere la rete della memoria: loro si occupavano della cura e selezione dei semi, garantendo la vitalità delle verdure. Le loro pratiche avevano radici antiche, che affondano nel proto-romano, nelle tradizioni Japigie e Messapiche, e hanno attraversato i secoli grazie ai racconti di Maestri provenienti da culture diverse, tra cui i Mauritaniensi e i Monaci Basiliani.
In questo paesaggio, Franco è la figura guida: narratore, custode di memoria e promotore di pratiche di salvaguardia della biodiversità. La sua eredità è amplificata dall’esempio della madre Cosima e dall’impegno dei “sciardinieri”, ma si intreccia anche con una rete di scambi tra Mesagne e i territori limitrofi: sementi e conoscenze che superano confini e tempi per arricchire una tradizione condivisa.
Franco Bianco incarna l’idea che la memoria è una pratica viva che sostiene il presente. Oltre a custodire sementi e pratiche, egli rappresenta un modo di vivere in cui la terra è parola e la comunità è lettura.
Franco invita i lettori a riconoscere l’importanza della biodiversità agricola e delle tradizioni di solidarietà, affinché la lezione di questi giorni possa ispirare nuove generazioni.
Franco Bianco l’ultimo custode di un mondo perduto
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