L’avv. Giuseppe Semeraro del foro di Brindisi (nella foto) e l’avv. Adalgisa Lorusso del foro di Bari, sono i legali che difendono i quattro figli, le tre nipoti, la sorella e il cognato di una donna deceduta 5 anni fa che, nel 1984, all’ospedale “San Camillo de Lellis” di Mesagne, fu una delle tante vittime del cosiddetto «sangue infetto», contraendo l’epatite C a seguito di una trasfusione per una gravidanza a termine.
Da quel momento il calvario: dall’epatite contratta, il suo fegato aveva prima sviluppato una cirrosi, poi altre patologie, tanto che nel 2016, ormai molto stanca, pensò di citare in giudizio il Ministero della Salute; nel frattempo la donna è deceduta a 67 anni nell’aprile 2021. Ora, a distanza di 10 anni, il Ministero della Salute dovrà risarcire tutti gli eredi della donna per danni, interessi, rivalutazione e spese legali. La decisione del Tribunale di Lecce, competente per territorio, ha riconosciuto in sentenza il nesso di causalità tra la trasfusione di sangue infetto e le malattie successive, fino al decesso.
Il giudice dott. Francesco Cavone del Tribunale di Lecce è arrivato alla condanna del Ministero dopo aver analizzato l’intera documentazione medica e clinica della donna e dopo aver disposto una perizia medico-legale. Risulta, infatti, che la donna nel 1984 veniva ricoverata per gravidanza a termine presso l’Ospedale di Mesagne, ricevendo lo stesso giorno e nel decorso immediato all’operazione, più emotrasfusioni, come avviene sempre in casi del genere.
Ma in quegli anni erano avvenuti molti casi di infezione dovuti alla mancanza di adeguati controlli sulle sacche di sangue. Si legge infatti in sentenza: «…che spettava al Ministero dimostrare che, all’epoca delle trasfusioni del 1984, erano state concretamente poste in essere tutte le misure di prevenzione necessarie». L’argomento difensivo secondo cui l’ospedale Civile di Mesagne costituiva invece un autonomo centro immunotrasfusionale, responsabile in proprio, per il Giudice non è valso ad esonerare il Ministero dalle sue responsabilità.
La sentenza ha anche messo in fila gli eventi, tutti concatenati tra loro, dall’inizio al tragico esito finale: la trasfusione del 1984 è causa dell’infezione da Hcv; l’Hcv ha determinato la cirrosi epatica; la cirrosi ha a sua volta determinato le altre patologie, fino alla morte della donna.
Negli anni, più sentenze della Corte di Cassazione hanno stabilito che in tema di patologie conseguenti ad infezioni con i virus Hbv, Hiv e Hcv, contratti a causa di assunzione di emotrasfusioni o di emoderivati con sangue infetto, il Ministero della Salute è l’unico responsabile per i danni ai pazienti, provocati proprio dall’omessa vigilanza e controllo, al fine di prevenire ed impedire la trasmissione di malattie mediante sangue infetto. Un secondo giudizio iniziato nel 2025, per il riconoscimento del danno morale agli eredi, si è concluso positivamente con un accordo tra le parti per cui ora dovranno essere tutti risarciti.
Cause vinte da anni e mai risarcite da decenni, il punto più basso raggiunto qualche anno fa con un ministro della sanità che tra i requisiti per fare ciò, aveva l’aver frequentato il classico.