Mary Zurlo, mesagnese, parrucchiera. Una storia. Una storia che viene da lontano. Da New York, da Manhattan. Tre anni fa decise di cambiare vita. Mollò tutto e partì. L’abbiamo sentita a telefono. Whatsapp fa di questi miracoli.
Racconta. “Ho iniziato a lavorare nel 1989, che avevo 13 anni, da Enzo Frassica il miglior parrucchiere che c’era all’epoca. Devo dire grazie a lui se oggi sono quella che sono: per me è stato un maestro di vita, un padre, tutto. Mi ha fatta innamorare del mio lavoro tant’è che lui diceva che io sarei stata la parrucchiera del 2000. Nel 2001, avevo 24 anni, decisi di aprire il mio primo negozio a Mesagne. Andò subito alla grande. Due anni dopo, nel 2003, aprì il mio secondo negozio a Porto Cesareo. Ad un certo punto iniziai a desiderare qualcosa in più che non sapevo inizialmente cosa fosse. Poi, un giorno, decisi di cambiare vita”.
E nel 2019 mollasti tutto. “Si, partì da sola per New York. Avevo in tasca solo 2mila euro. Non conoscevo una sola parola d’inglese. Non so come ho fatto, ma la voglia di cambiare la mia vita è stata più forte della paura di non farcela. Trovai lavoro da un barbiere a Manhattan, dove sono stata senza ricevere un dollaro. Dopo una settimana, avevo bisogno di guadagnare perché i miei soldi stavano per finire”.
Dopo tanti anni hai ricominciato da capo. “E lo sto facendo seriamente. Realizzare i sogni con la forza, con la testa sulle spalle. Sapersi inserire, fare amicizia, imparare la lingua e la cultura. seguire un lungo percorso e impegnarsi per ottenere la residenza nel nuovo Paese in cui si è scelto di vivere e continuare ad allenarsi, sacrificarsi”.
I tuoi affetti più cari erano rimati a Mesagne? “Si, mia figlia Azzurra mi raggiungerà a breve, inizierà l’università qui negli Stati Uniti. Io spero di realizzare il mio sogno, e spero di dare una possibilità a mia figlia di essere quello che deciderà di essere”.
Vivere all’estero non è facile. Spesso è quasi una follia. “Ogni volta che mi dicono quanto sei fortunata a vivere all’estero gli rispondo: per favore, non chiamarmi fortunata per vivere dove vivo o per aver vissuto ciò che ho vissuto. Non dire mai ad un emigrante che è stato fortunato perché gli è andata bene. Emigrare non è per tutti. Ci vuole un certo attaccamento all’avventura e distacco dal solito. E tanto coraggio per affrontare l’ignoto. Bisogna avere fame di imparare, di conoscere e di progredire. Gli emigranti pagano la “fortuna” molto cara. Ma lo rifarebbero mille volte. Non bisogna aver paura di ricominciare. L’emigrante ha uno spirito indomabile ma pochissima fortuna. Tanto coraggio e tanta fatica. A chi ha avuto la mia stessa fortuna, brindo al loro coraggio”.
Continua. La fortuna è vincere alla lotteria. Il resto è avere le palle e avere una visione. È pianificare, organizzare, pensare, risparmiare (quando possibile) e riorganizzarlo ancora. È arrivare nel Paese che hai scelto e renderti conto che nessuno ti conosce e che a nessuno importa chi diavolo eri, e di chi sei. Devi dimostrarlo! È offensivo dire a qualcuno che ti è andata bene perché è stato fortunato. La fortuna si crea. Si fa qualsiasi lavoro e si progredisce, come di solito accade in un Paese abbastanza stabile.
Se non è fortuna, cos’è? E’ determinazione, stringere i denti per non avere la tua famiglia al tuo fianco, perdersi molti eventi familiari nel tuo paese. Ma è anche scegliere il proprio destino. Devi avere coraggio. Devi avere lucidità di mente e forza di spirito. È poter dire “Mi dispiace che tu non sia d’accordo, ma guiderò il mio destino”.
A New York stai vivendo un sogno. Ma qual’è il tuo sogno. “Ricostruirmi una mia vita. Ho sempre pensato che realizzare un sogno è come vivere due volte. Una sola vita non mi basta. Avevo raggiunto la soglia della sopportazione. Cercavo degli appigli, dei sostegni. Ma decisi che non mi bastavano. A quel punto decisi che me ne sarei andata a vivere fuori”.
Buona vita.