(di Luca Debenedittis*) Negli ultimi giorni si fa sempre più forte l’invito a manifestare solidarietà al popolo palestinese anche lungo le tappe del Giro d’Italia. I sostenitori dell’iniziativa chiariscono come le proteste siano rivolte unicamente contro lo Stato di Israele, che partecipa alla competizione con una sua squadra – la Israel Premier Tech – e non contro la gara in se. Ora, la prima considerazione da fare è che per molto ma molto meno di un ottantennio di colonialismo e occupazione senza soluzione di continuità, come quello subito dalla popolazione nativa di Palestina per mano israeliana, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina nel 2014 la Russia è stata bandita sine die da qualsiasi evento sportivo internazionale. Senza contare i 18 pacchetti di sanzioni economiche contro Mosca approvati da USA e UE in appena tre anni, a fronte di nessuna sanzione, anzi nessuna “proposta” di sanzione avanzata dagli stessi Paesi verso Israele dal lancio di quella che si delinea come la “tappa finale” di una pulizia etnica iniziata nel 1948.
Al contrario, lo Stato sionista continua a essere accolto con tutti gli onori possibili in campionati, tornei ed eventi agonistici di ogni sorta, incluso per l’appunto il Giro d’Italia, pur sotto processo per GENOCIDIO alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja e con un Primo ministro sul quale pende un mandato di arresto per CRIMINI DI GUERRA e CONTRO L’UMANITÀ spiccato dal Tribunale Penale Internazionale.
La seconda considerazione da fare è che in realtà le proteste al Giro non dovrebbero avere come oggetto unicamente gli atleti della squadra israeliana, ma proprio l’organizzazione di quello che un tempo era l’evento sportivo più amato dalla gente, ossia il gruppo RCS-MediaGroup del magnate Urbano Cairo, fiancheggiatore passato e presente del regime genocida di Tel Aviv. E sì, perché costui, proprietario anche dell’emittente televisiva LA7 – il cui Tg, diretto dal filosionista Enrico Mentana, è tra le voci italiane più fedeli alla propaganda israeliana – nell’edizione del 2018 si rese complice di uno tra i colpi mediatici più bassi e infami messi a segno dalla lobby filo-sionista, vendendo letteralmente le prime tre tappe del Giro al governo Netanyahu e incassando 16 milioni di euro di compenso.
Grazie a ciò, lo “Stato coloniale” nonché “Potenza occupante” di Israele (così definito da tutte le risoluzioni ONU dal 1967 in poi) poté festeggiare su un palcoscenico internazionale il suo 70° compleanno , mentre i palestinesi commemoravano i 70 anni dalla Nakba – catastrofe – ovvero la cacciata di quasi 800 mila nativi dalla loro terra e rimasti profughi a vita. Una decisione patrocinata anche dal governo italiano, dell’allora premier Paolo Gentiloni, nella persona del Ministro dello sport Luca Lotti. Alla presentazione ufficiale del Giro, benché la prima tappa partisse dalla parte occidentale della Città Santa, due ministri sionisti pretesero che fosse eliminata la dicitura “ovest” da Gerusalemme, infastiditi dall’idea che non si considerasse la città per intero israeliana.
La risposta degli integerrimi organizzatori della corsa, posti da un lato di fronte a una pila di risoluzioni ONU che definiscono illegittima la presenza israeliana a Gerusalemme est e dall’altro davanti a una palata di soldi, fu: “obbedisco!” Il pacchetto prevedeva, inoltre, che la competizione si concludesse a Roma, anziché Milano – unica volta in 101 anni di storia del Giro – in modo da collegare idealmente due “capitali”. E mentre i ciclisti pedalavano, i caccia israeliani bombardavano la Siria, i soldati facevano tiro al piccione sui civili palestinesi al confine con Gaza e Trump si apprestava a trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Una cornice davvero radiosa dalla quale giornalisti e telecamere, i vincitori indiscussi della kermesse sportiva, riuscirono a ripulire ogni indizio di colonialismo, occupazione, violenza e ingiustizia.
Dunque, se anche lo sport è ormai uno strumento di propaganda usato a seconda delle circostanze per isolare politicamente Paesi avversari o sostenerne altri, ugualmente se non più criminali, in violazione dei più elementari principi di giustizia… allora contestarlo diventa un dovere!
Luca Debenedettis Comitato contro il genocidio del Popolo Palestinese, contro il riarmo e per la Pace (Brindisi)