(di Mons. Sabino Iannuzzi*) Nel giorno di San Francesco di Sales, patrono dei comunicatori, Papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa e alla società tutta il Messaggio per la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che in Italia sarà celebrata il prossimo 17 maggio. Non è un testo per addetti ai la vori, né un richiamo riservato all’ambito ecclesiale. È, piuttosto, una parola che interpella tutti, perché tocca una questione decisiva per la vita pubblica: la qualità delle relazioni, della democrazia, della convivenza civile.
“Custodire voci e volti umani” non è uno slogan suggestivo. È una presa di posizione. In un tempo in cui la comunicazione sembra poter fare a meno del le persone reali, il Papa ci riporta all’essenziale: senza il volto e senza la voce non esiste comunicazione autentica. Il volto è la presenza dell’altro che mi sta davanti; la voce è la sua storia che prende forma, la sua libertà che si espone, la sua responsabilità che chiede ascolto. Custodirli significa riconoscere che ogni atto comunicativo coinvolge sempre persone, mai solo contenuti.
Qui il messaggio tocca un nodo profondo del nostro tempo. La trasformazione digitale non è soltanto un avanzamento tecnico: è una vera sfida antropologica. Quando sistemi sempre più sofisticati sono in grado di simulare voci, volti, emozioni e persi no relazioni, il pericolo non è solo la disinformazione o l’inganno. Il rischio più subdolo è la dipendenza: abituarsi a una comunicazione che non chiede tempo né responsabilità; accettare un linguaggio che produce reazioni, ma non pensiero; scambiare l’incontro con la semplice interazione.
Papa Leone XIV è netto: l’essere umano non è programmabile, non è una somma di algoritmi. Delegare alla macchina il pensiero, la creatività, la selezione del senso significa impoverire l’umano. Gli algoritmi che premiano emozioni rapide, polarizzazioni facili e consenso immediato, fatto di like dei leoni da tastiera, finiscono per indebolire la capacità critica e frammentare il tessuto sociale. La comunicazione, così, rischia di ridursi a un rumore continuo, incapace di generare comprensione e fiducia, fino a produrre – in non pochi casi – autentici conflitti, per nulla “disarmati e disarmanti”.
La risposta del Papa, a tutto questo però, non è il rifiuto della tecnologia. È una richiesta esigente di governo culturale ed educativo del cambiamento. Al centro del messaggio, infatti, c’è una convinzione chiara: senza educazione non c’è custodia possibile. Non basta saper usare gli strumenti digitali; occorre comprendere come essi orientano la percezione del la realtà, come influenzano le emozioni, come selezionano le informazioni e modellano il dibattito pubblico.
Per questo l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’intelligenza artificiale non è un tema secondario, ma una vera urgenza civica. Educare significa restituire alle persone – giovani e adulti – la capacità di distinguere, verificare, interrogare, non lasciarsi trascinare. È una forma concreta di tutela della libertà e della dignità, soprattutto per i più fragili, esposti alla manipolazione affettiva e alla persuasione invisibile.
In questo quadro, la comunicazione non è un settore come gli altri. È uno spazio decisivo di formazione delle coscienze e dell’opinione pubblica. Per questo l’appello del Papa interpella direttamente chi comunica per professione: giornalisti, operatori dei media, creatori di contenuti ed educatori. A loro è affidata una responsabilità che nessun algoritmo può sostituire: custodire la qualità della parola pubblica, distinguere ciò che nasce dal lavoro umano da ciò che è generato artificialmente, difendere la trasparenza delle fonti, resistere alla logica dell’attenzione a ogni costo.
Papa Leone XIV parla di una possibile alleanza, fondata su responsabilità, cooperazione ed educazione. È una visione che coinvolge istituzioni, imprese, legislatori, ma anche ciascun cittadino. Perché l’informazione è un bene pubblico e la fiducia sociale non nasce dalla velocità o dall’effetto, ma dalla credibilità.
In un tempo in cui la simulazione rischia di prendere il posto della realtà, custodire voci e volti umani significa riaffermare che la persona vale più del coinvolgimento emotivo, la verità più dell’impatto immediato, la relazione più della prestazione tecno logica. È una scelta di civiltà. E oggi, più che mai, è una responsabilità che riguarda tutti.
*Vescovo di Castellaneta
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