
(di Fortunato Sconosciuto, docente del Liceo di Mesagne in pensione) E’ passato un anno da quel pomeriggio di gennaio nel quale Carmelo Molfetta (nella foto), giovanissimo liceale da poco diciottenne, in un terribile incidente ha perso la vita.
Ricordo bene il coinvolgimento profondamente “vissuto” di tantissimi giovani e anche adulti davanti all’evento luttuoso; un’emozione intensa, aperta ad una esigenza-invito da parte degli studenti a ritagliare, nell’ordinario tempo-scuola, una pausa di riflessione, e avviare un tentativo di rielaborazione di una vicenda e una memoria.
Ricordo bene i modi discreti con cui alcuni miei colleghi ed amici, in quei giorni, mi hanno rilevato la sorpresa di aver colto lo spessore di una partecipazione che non si poteva identificare solo con la temperatura emotiva o con la notorietà dei suoi genitori: coinvolgimento e partecipazione che nei mesi successivi si sono tradotti nella preparazione e rappresentazione, da parte di tanti giovani, di uno spettacolo teatrale-musicale sul valore della vita, che ha coinvolto l’intera città, e amici e conoscenti delle città vicine.
Ma chi era questo ragazzo?
La domanda spesso, purtroppo, giunge tardiva a tanti di noi, perché ha, invece, l’urgenza del presente: “chi è”? E non riesce facilmente ad abbracciare e guidare, nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità, il Paese-giovane-adolescente, con il suo gusto per la “trasgressione” e il “vagabondaggio notturno”, con i suoi rifiuti, le sue domande inespresse, le sue risorse nascoste.
Nell’anno trascorso ho avuto la possibilità di scambiare qualche parola con alcuni suoi amici, compagni di Liceo, di “burraco”, di biliardo, di camminate cittadine, di ascolto musicale. E ho trovato nei loro ricordi vivi e appassionati due motivi ricorrenti che hanno il sapore di una eredità ideale, non facilmente riconoscibile all’occhio diffusamente distratto.
Il primo è costituito da una inesauribile, provocatoria, traboccante umanità, che cresceva negli anni in modo inversamente proporzionale al suo rapporto con l’Istituzione scolastica, la sua organizzazione, i suoi saperi e le modalità della loro trasmissione. Questo ragazzo è stato un testimone del valore dell’uguaglianza, non tanto e non solo davanti alla legge – aspetto che forse non aveva ancora elaborato – ma negli atteggiamenti e nei luoghi della informalità quotidiana, nel rifiuto categorico di ogni forma di pregiudizio nei confronti di chicchessia, in una sorta di vicinanza istintiva e nello stesso tempo riflessa verso tutti coloro che incrociavano la sua strada.
Il secondo motivo è legato alla sua capacità complessiva di vivere per come pensava: il rifiuto di tante forme canoniche e stereotipate di modelli consumistico-celebrativi si è in lui accompagnato al senso dell’essenziale, dell’informale, di un provvisorio-presente da vivere intensamente con gli amici-compagni-di-viaggio qui ed ora, mentre prendeva forma qualche progetto per il futuro.
Un suo amico coetaneo qualche mese fa mi ha detto: ” ….era bravo, era un ragazzo bravo…”. Forse senza accorgersi ha posposto, giustamente, l’aggettivo: noi altri siamo probabilmente abituati a posporre il sostantivo, in una irriflessa convergenza con linearità consolidate che stanno solo o prevalentemente nella nostra testa.