(di Enzo Poci, a sinistra nella foto) Una vasta commozione ha suscitato a Mesagne la scomparsa del dottore Cosimo Volpe, il bravo medico di molte generazioni dei suoi cittadini, avvenuta, oggi è un mese, il 25 gennaio 2019. Cosimo Volpe, «Cosimuccio», anche per i suoi assistiti e per i suoi amici, nasce il 15 luglio 1923 a Mesagne, un giorno lieto per i mesagnesi, il quale vede l’inizio delle tre giornate per i festeggiamenti della Madonna del Carmine, Santa Protettrice della città. Per ragioni di salute egli inizia a frequentare la scuola elementare a otto anni. All’età di nove anni rimane orfano del papà Angelo e per lui iniziano i duri sacrifici che la vita impone quando un punto di riferimento così importante viene a mancare. A quindici anni perde anche la madre, Maria Carmela D’Adorante: vive insieme alle sorelle con i nonni e gli zii paterni, che gli permettono di frequentare i cinque anni del ginnasio e quindi il liceo Benedetto Marzolla di Brindisi. Nel gennaio del 1943, mentre frequenta il secondo liceo classico, è costretto ad abbandonare gli studi per la chiamata alle armi. Svolge l’addestramento di
tre mesi previsto per le reclute conseguendo la qualifica prima come soldato scelto e poi quella di caporale. Destinato in Albania, il 31 marzo 1943 egli si imbarca a Bari e giunge il giorno dopo a Durazzo, dove viene assegnato al 225° Reggimento Fanteria che opera sul fronte greco-albanese. Fino all’8 settembre 1943, data nella quale viene sciolta a causa dei fatti successivi all’armistizio, la sua divisione svolge attività di vigilanza nel settore centro meridionale di Korçe, vicino ai confini con la Grecia. Ma come recita il suo foglio matricolare il 13 settembre del 1943 viene «catturato dai tedeschi e condotto in Germania». A questo punto per inquadrare bene il momento storico diamo uno sguardo veloce a quello che accadeva in quel tempo. Quando l’Italia entra nella seconda guerra mondiale alleata della Germania, il 10 giugno 1940, nei suoi cittadini plaudenti era diffusa la convinzione che il suo impegno nel conflitto sarebbe durato poco. Essi ignoravano la profonda impreparazione delle loro forze armate e pensavano ad una guerra lampo, sul genere della campagna tedesca in Polonia e soprattutto di quella in pieno svolgimento nel fronte centro settentrionale della Francia. Ma nell’estate del 1943 le illusioni erano svanite da molto tempo. La sconfitta dell’Asse in Africa, lo sbarco degli Alleati in Sicilia, la deposizione di Mussolini il 25 luglio del 1943, l’enorme superiorità bellica degli avversari, i continui e spietati bombardamenti aerei da parte degli inglesi e degli americani sulle nostre città, lasciavano intendere a chiunque che la partita era irrimediabilmente chiusa. I militari italiani erano lontani da casa, logorati da campagne avventate e senza un fine strategico come quelle di Grecia e di Russia, molti di loro impegnati in stressanti operazioni anti partigiane o nei disagiati compiti di sorveglianza dei territori occupati. Tre durissimi anni di guerra erano succeduti: una guerra che anche i soldati italiani avevano affrontato con coraggio e con spirito eroico; una guerra che tutto il popolo aveva subito nella sofferenza dei disagi quotidiani e nel terrore dei
bombardamenti. L’annuncio dell’Armistizio dell’8 settembre 1943 provocò nuove esplosioni di giubilo e di ottimismo: era diffusa la convinzione che la guerra fosse finita e che il rientro in Patria dei soldati fosse una questione di giorni. Approfittando di questa atmosfera festosa, i tedeschi ebbero il buon gioco con gli italiani, privati di qualsiasi direttiva dopo la defezione del loro governo con tutto lo stato maggiore. Ebbe inizio così, con una serie di gigantesche retate operate dai tedeschi in gran parte dell’Europa da essi occupata, la deportazione dei militari italiani in Germania e in Polonia nei carri bestiame, dove i prigionieri erano stipati senza paglia e spesso lasciati senza scarpe affinché non fuggissero. Un calvario lungo e indescrivibile. Oltre mezzo milione di soldati (compresi ufficiali e sottufficiali) furono internati nei lager tedeschi. Contro l’offerta di entrare nei reparti SS tedesche oppure nelle nuove divisioni della Repubblica Sociale Italiana del generale Graziani, sfidando le minacce e le violenze di ogni genere, moltissimi di loro rifiutarono di entrare nelle formazioni nazifasciste. Fino alla liberazione gli internati in
Germania ebbero la possibilità di scegliere individualmente tra la libertà o la fame, la tubercolosi e la morte. Bastava la loro adesione a collaborare perché gli internati vedessero i cancelli dei loro campi spalancarsi, ed essi sarebbero ritornati a casa indossando la divisa delle SS oppure della RSI. Ma la grande maggioranza dei soldati prigionieri non venne meno ai loro principi o al giuramento prestato alla loro bandiera. Una volta arrivati a destinazione, dopo viaggi lunghi ed estenuanti, molti di loro furono costretti a pesantissime attività. Lavori effettuati con orari massacranti, dodici o quattordici ore giornaliere, con un vitto insufficiente e con pochissimo riposo in alloggiamenti luridi, freddi e infestati da parassiti di ogni sorta. Sottoposti a fustigazioni, vessazioni e malattie, privi di assistenza medica, ma in compenso vittime di una veloce impiccagione o di una pallottola sparata a sangue freddo.
Questa fu la sorte di una moltitudine di Internati Militari Italiani (IMI), in quanto soldati italiani, gli antichi alleati colpevoli ai loro occhi di tradimento. La vaga qualifica di IMI, inventata dal governo germanico per i nostri militari prigionieri, tolse loro il riconoscimento della condizione giuridica di prigioniero di guerra e li lasciò senza alcuna protezione e soccorso, in balia della crudeltà vendicativa del nuovo nemico, ragione per cui non giunse loro alcun aiuto da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Ma leggiamo come il nostro dottore racconta i fatti da lui vissuti. «Il 13/9/1943 fummo catturati dai tedeschi e in serata fummo trasferiti da Goriza (GorceAlbania) in Florina (Grecia). Il 14/9/1943 fummo sottoposti a decimazione avendo rifiutato la collaborazione. La mattina del 17-9-1943, su vagoni ferroviari scoperti partimmo per destinazione ignota. Dopo varie peripezie, il 27-9-1943 scendemmo a Fort Compiz-Stammlager [termine utilizzato per indicare i campi destinati ad accogliere i militari di truppa o sottufficiali prigionieri di guerra], dove subimmo altro invito alla collaborazione e dopo rifiuto, altra decimazione. Il 5-6 ottobre 1943, chiusi in vagoni bestiame, dopo una giornata intera di viaggio, fummo trasferiti a Waghausel, e chiusi in campo di concentramento e obbligati a lavoro forzato presso una fabbrica di zucchero: vi restai per sedici mesi. Dopo fui trasferito prima a Karlsruhe [nel Baden-Württemberg], e dopo a Durlach [oggi grande sobborgo di Karlsruhe], per la riparazione dei binari ferroviari che quotidianamente venivano fatti saltare dagli Alleati. Restai a Durlach fino alla metà di aprile 1945, subendo una condanna a 30 giorni di prigione per insubordinazione. Approfittando del caos che ormai era evidente e spinto dalla intollerabilità della vita che aumentava ogni momento, sfidando anche il pericolo della vita, il 15 aprile 1945 scappai e dopo tredici giorni di peripezie raggiunsi Bolzano, dopo essere sfuggito anche ai fascisti, il 28 aprile 1945 e Mesagne soltanto il 19 maggio1945».
(Il dottore Cosimo Volpe in primo piano sulla destra durante la celebrazione delle Forze Armate del 4 Novembre 1957 nel Cimitero Comunale di Mesagne.) Il futuro dottore termina gli studi liceali sostenendo una sessione speciale degli esami di maturità per i reduci di guerra e si iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Catania, dove consegue la laurea in Medicina e Chirurgia l’11 marzo del 1952. Comincia così la carriera di medico, specializzandosi poi in Urologia presso l’Università di Bari il 27 giugno 1966. Dopo la laurea lavora per qualche anno presso l’Ospedale di Mesagne e poi per molti anni come medico di base «massimalista» fino al compimento del settantesimo anno di età, anni di professione vissuti con impegno continuo, senza negare ad alcuno dei suoi tanti assistiti il giusto consiglio ed il conforto del suo sorriso buono e leggero ad alcuno dei suoi tanti assistiti che egli riceveva nel suo piccolo ambulatorio in via Malvindi o visitava a domicilio. Il 2 giugno del 2014, nell’occasione della Festa della Repubblica, insieme agli altri militari internati nei lager tedeschi ha ricevuto la Medaglia d’onore concessa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
In questa triste occasione propongo le sue parole dense di memoria, ma animate come era nel suo stile da un sorriso di leggiadra ironia, durante una intervista, rimasta inedita, per un lavoro di Storia della Medicina firmato da Marilisa Poci, con il titolo: Alcuni ricordi sulla storia della sanità in Italia l’I.N.A.M. (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie) e il Formulario Galenico del 1959. …Ci sia consentito, a questo punto, un excursus sull’INAM, tramite la testimonianza resaci dal dottore Cosimo Volpe, e che egli ha voluto che così fosse titolata: «Ricordi di un vecchio medico, oggi quasi novantenne». Il medico quasi novantenne è il Dott. Cosimo Volpe, nato a Mesagne (BR) il 15 luglio 1923. L’intervista è del mese di novembre 2011. «Verso la fine del 1952 il mio nome entrò nell’elenco dei “medici mutualisti” (INAM). Questo significava che gli assistiti dell’INAM potevano scegliermi quale medico curante, e pertanto con l’inizio del 1953 mi trovai a dover assistere alcuni pazienti rispettando tutte le regole e le limitazioni che l’INAM ci imponeva. Le ricette le forniva lo stesso Istituto (la sede di Mesagne era sita in via Cirillo Capozza), ed il medico le doveva compilare in duplice copia: una da rilasciare all’assistito, e che gli permetteva di ottenere gratuitamente le medicine, e l’altra da consegnare il giorno successivo alla Sezione Territoriale competente dell’INAM (nel mio caso, la sede di Mesagne), insieme ad un prospetto che divideva le prescrizioni in “Specialità medicinali e in Preparati galenici”. La seconda copia della ricetta, compilata con la diagnosi, una volta portata all’INAM, veniva controllata dal “Medico di Sezione” per rilevare eventuali iperprescrizioni. Gli assistiti erano divisi in due rami: Dipendenti del settore industria e Dipendenti da aziende agricole. I lavoratori agricoli, agli effetti assistenziali, erano ripartiti nelle seguenti categorie: Salariati fissi con contratto annuale; Salariati fissi con contratto inferiore all’anno; Braccianti e compartecipanti. Questi ultimi si suddividevano a loro volta in Permanenti, Abituali, Occasionali ed Eccezionali, a seconda del numero delle giornate lavorative. Ogni categoria aveva diritto a prestazioni differenti. Sulla ricetta si poteva scrivere una sola specialità medicinale o una o più preparazioni galeniche che ogni medico formulava, secondo scienza e coscienza, unendo varie sostanze insieme ad altre che avevano la funzione di combattere o almeno attenuare eventuali effetti indesiderati delle prime. Negli ultimi anni Cinquanta del Novecento, l’INAM ci fornì un “Prontuario Galenico” dei medicinali galenici preconfezionati esistenti in farmacia. Per la prescrizione di alcune specialità bisognava aspettare che la diagnosi clinica venisse confermata dal laboratorio di analisi (esempio: un caso di tifo che, clinicamente e anamnesticamente, veniva fortemente sospettato, non poteva essere curato subito con il Cloramfenicolo, ma bisognava far passare 8-10 giorni per fare il prelievo di sangue, poi ancora due-tre giorni per avere la risposta e quindi prescrivere l’antibiotico specifico). Erano veramente tempi duri: a Mesagne non vi erano laboratori d’analisi. Il primo gabinetto radiologico “a pagamento” venne aperto nei primissimi anni Cinquanta. Per la diagnosi bisognava andare avanti soltanto con l’uso dei cinque sensi: Udito, Vista, Olfatto, (a volte) anche Gusto e Tatto ed arrangiarsi con artifici che ogni medico si inventava». Voglio dedicare al dottore Volpe, come già ai medici della famiglia Cavaliere, queste riflessioni conclusive elaborate da Giorgio Cosmacini sulla scienza e sulla deontologia del medico, poiché egli appartiene all’ultima generazione dei medici che per necessità e con capacità sono riusciti per molti lustri della loro carriera ad esercitare quotidianamente la professione visitando, ascoltando e auscultando l’ammalato, convocati molto spesso al loro capezzale. Una virtù sulla via del ricordo. «Il medico, da sempre, era un tecnico dell’osservazione: il suo sesto senso era l’occhio clinico, un senso privilegiato, fondato sull’esperienza e sull’intuizione, che prolungava la capacità percettiva ben oltre i limiti sensoriali del gusto, dell’olfatto, della vista (ispezione), del tatto (palpazione), dell’udito (percussione, auscultazione). Il mestiere di medico si basava tecnicamente su di un’osservazione più approfondita che in passato e su di un’analisi dettagliata; ma le basi tecniche del mestiere mettevano radici, dalla metà dell’Ottocento in poi, anche in un sapere diversamente fondato (…). Il medico veniva ancora considerato un sacerdote, ma di una religione nuova, la religione dell’onesto, e di un nuovo culto, il culto della scienza». Il medico era il titolare di un mestiere «il cui apparato tecnico era L’oriuolo coi minuti secondi, il termometro per uso clinico, l’abbassatore della lingua, lo stetoscopio, il plessimetro (…) nonché una siringa per iniezioni ipodermiche. Questa tecnologia ancora povera era compensata da un’antropologia certamente più ricca: se lo stetoscopio interposto fra l’orecchio del medico e il petto del paziente inaugurava la tendenza tecnologica al distacco interumano, una partecipe filantropia, versione laica della carità, riduceva o annullava il distacco fra i due (…). Il mestiere di medico era anche quello di educatore alla salute, di maestro degli stili di vita. I medici sono uomini di scienza che hanno conosciuto ciò che è utile e buono e che pertanto assillano la lenta società, maestri di igiene, maestri di morale» (Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico. Storia di una professione. Raffaello Cortina Editore. Milano, 2000, pgg. 128-134). Ho fede che un giorno ritornerò a condividere con il buon dottore, congiunto finalmente con i suoi genitori, memorie commosse e qualche scherzo bonario, fino a quel giorno lo saluto con affetto imperituro e rinnovo alla sua famiglia i sentimenti del mio affetto più sincero.
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