Francesco Blè, 33 anni, messo da parte il diploma preso al Morvillo, era partito assieme a Ramona solo lo scorso ottobre. A Londra si era già ben inserito: lui come Shop manager in una importante gelateria; Ramona, come supervisor in un negozio per alimenti vegani. “Ogni giorno eravamo sempre più soddisfatti di noi e dei nostri progressi, dal momento che in pochi mesi avevamo ottenuto più di una promozione”. Poi è arrivato questo maledetto Coronavirus. Quando sono rimbalzate a Londra le prime notizie del virus, sono arrivate anche le prime apprensioni. “La preoccupazione per i nostri cari cresceva giorno dopo giorno – raccontano Francesco e Ramona -. Noi vivevamo tranquillamente la nostra vita mentre in Italia iniziavano ad esserci le prime restrizioni. Anche i nostri genitori erano in ansia, consapevoli che le istituzioni inglesi non ci avrebbero tutelati”.
Sono cominciati a mancare i primi beni primari, le file ai supermercati, la noncuranza del popolo inglese che continuava a viaggiare più di quanto necessario, senza mascherine e senza rispettare le distanze. “Ma anche il lavoro è cominciato a diminuire con la prospettiva di dover continuare a pagare un affitto con l’imminente lockdown”. Il 15 marzo Francesco e Ramona hanno deciso di acquistare un’auto e rientrare in Italia. Perché non in aereo? “Perché della nostra vita lì a Londra, nel nostro piccolo spazio, da mesi faceva parte Yoda, un bellissimo gattino. La difficoltà di dover viaggiare in aereo, con la maggioranza delle compagnie aeree che non ammettono animali domestici in cabina, Alitalia offriva voli al di sopra di 500 euro e, comunque, dopo il 3 aprile. Ecco perché il viaggio in auto era l’unica soluzione”. Sono andati all’ambasciata italiana di Londra per informarsi sui documenti da portare, tra cui i loro passaporti, quello di Yoda, le autocertificazioni e l’atto di vendita dell’auto. Insomma erano pronti a partire.
Il 23 marzo, nel pomeriggio, alle ore 15.00, è iniziata l’avventura. Caricano l’auto acquistata sino all’inverosimile. Compreso un ingombrante televisore. Per attraversare la Manica prendono il traghetto Dover-Calais. Sbarcati in Francia si rimettono in viaggio ed attraversano di notte tutta la Francia. “Arrivati di prima mattina al confine con la Svizzera, ci hanno controllato i documenti e ci hanno fatto proseguire senza problema – raccontano -.Alla frontiera con l’Italia, la Guardia di Finanza ci blocca chiedendoci i documenti e iniziano a fare storie. Abbiamo dimostrato di avere tutti i documenti in regola e ci hanno lasciati proseguire. Arrivati in Puglia verso sera, ci siamo diretti alla nostra casa al mare che i nostri genitori avevano già sistemato per il nostro isolamento. Non siamo potuti andare a salutare le nostre famiglie per evitare contatti. Il mattino seguente abbiamo inviato alle autorità e ai nostri medici di base la dichiarazione di quarantena”. “Speriamo che questa situazione passi il prima possibile”. E poi? “Noi in verità vorremmo restare vicino ai nostri cari nella nostra amata terra. Temiamo, però, che non sarà possibile. In questo paese che facciamo? Dove è il lavoro. Pensiamo proprio che saremo costretti a tornare oltre Manica”.


