Gentile interlocutore anonimo, la ringrazio per avermi dedicato del tempo e per aver contribuito al dibattito, così come le sono grato d’aver diviso per note puntuali la sua esposizione, il che favorirà la mia risposta.
1^ NOTA – Certo perdonerà se nel mio articolo si è imbattuto in argomentazioni di natura politica oltreché economica, cosa che, nonostante i miei sforzi, è risultato inevitabile in conseguenza delle dirompenti implicazioni scaturenti dal pezzo dello studente Giovanni Vecchio, il quale, lo ribadisco, è da ritenersi assolutamente incolpevole delle stesse.
Vuoi per la natura dell’argomento, vuoi per il contenuto dei trattati europei, vuoi, infine, per un fatto storico, è infine illusorio credere di poter parlare di economia senza parlare, anche, di politica. Non a caso negli ambienti accademici e non solo si parla di “politica” economica, sottolineando come l’assunzione di un metodo scientifico non possa comunque prescindere da un indirizzo che dipende più strettamente dalla volontà umana, in particolar modo da quella che sintetizza nelle istituzioni le posizioni della collettività.
economiche promosse dall’Unione Europea).Se valutiamo l’andamento della spesa pubblica di Paesi come Usa, Cina, Giappone, Francia e Italia, noteremo uno stacco imbarazzante a nostro svantaggio. Impietoso è anche il confronto in termini di stimolo fiscale nel confronto aperto a più Paesi nell’arco che insiste tra 2008/2010 e 2020. In sintesi: a lungo siamo stati proprio noi le più ligie “formiche”. Guai, poi, ad effettuare una comparazione sui metodi attualmente perseguiti nelle misure di contrasto alla crisi epocale che incombe, comparazione che vede agire in maniera abbastanza diversa i Paesi del gruppo dell’eurozona rispetto ad altri dotati di sovranità monetaria, e ciò proprio a causa dei limiti strutturali cui accennavo nello scorso intervento.
Concordo sull’opportunità di intendersi sul concetto di austerità, giacché secondo il mio umile parere lei, nel proporre la
sua definizione, ha commesso lo stesso errore logico che solitamente commettono tutti gli economisti esponenti della filosofia dell’austerità, a partire dal gruppo di Alesina, Favero e Giavazzi: ha confuso cause ed effetti.
L’austerità non è solo (la riduzione della spesa pubblica volta a un) abbassamento del deficit; quella è la misura attuata da chi vorrebbe migliorare il rapporto deficit/PIL agendo, miopemente, sul solo deficit. L’austerità è, più genericamente, la sottrazione di ricchezza, il prelievo di ricchezza da un dato contesto socio-economico.
inquinanti (provvedimenti sui quali potrei benissimo essere d’accordo con lei) sta facendo due cose: in primo luogo, sta parlando di una goccia nell’oceano, quasi fosse possibile che i privati, tramite più giuste politiche fiscali, possano compensare gli squilibri strutturali macroeconomici (non è così); in secondo luogo, sta rischiando di incidere – ancora – sulla crescita di Pil.
Quanto ai problemi storici dell’Italia, è corretto dire che vi siano ampi margini di miglioramento, com’è corretto asserire che tali problemi abbiano cominciato a incidere molto di più sull’economia reale dopo l’ingresso del Paese nell’eurozona.
È una via che tiene sì bassi gli interessi sui titoli di Stato, ma non dà in alcun modo impulso all’economia reale; anzi, interessi troppo bassi sui titoli potrebbero risultare perfino controproducenti per gli investimenti futuri. Qe e OMT potrebbero essere perfino illimitati, ma non risolverebbero affatto la questione, perché non potrebbero comunque evitare di passare attraverso gli istituti di credito, ovverosia le banche.
Sono state avanzate varie proposte, alcune più complesse, altre più percorribili (ed io tutte le valuterei, pur di non ricorrere al cappio del MES); eppure, e non mi stancherò mai di ripeterlo, l’unica, vera e adeguata risposta alla crisi attuale è il binomio tra iniezione di liquidità diretta ai cittadini e scioglimento delle briglie allo Stato, al quale deve essere concesso di effettuare investimenti massicci per promuovere l’occupazione.
Sul finale, ribatto dicendo semplicemente che io non userei mai il MES, per tutto i motivi esposti in questo e nel precedente articolo.
3. L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente […]».
Cosa è possibile concludere dalla lettura di tali articoli? Sostanzialmente due cose: in primo luogo, l’Unione Europea compie affermazioni di principio in aperta contraddizione fra loro (è il caso di “economia sociale di mercato fortemente competitiva”, giacché una economia non può essere a un tempo solo e votata al sociale e fortemente competitiva, a meno che, di nuovo, non si creda alle favolette secondo cui i mercati avrebbero, essi soli, la capacità di instaurare la giustizia sociale grazie ai miracoli d’una mano invisibile che, non si sa come, riesca pure a garantire il welfare), ovvero stabilisce principi (quali quelli relativi alla “piena occupazione” e al “progresso sociale” – lo vede che non sono l’unico a parlare di “piena occupazione”?) senza però prevedere adeguati strumenti che sostengano tali principi e impediscano loro di restare lettera morta; in secondo luogo, è evidente che l’Unione Europea abbia sancito la supremazia della stabilità dei prezzi e della competitività economica finanche sui principi di pace e di benessere, nonché sui valori edificanti della comunità europea. Ciò significa che, dovendo scegliere tra l’una e l’altra cosa, l’Unione Europea impone di privilegiare stabilità dei prezzi e competizione di mercato, seppur ciò comporti una diminuzione di benessere dei popoli europei. Difatti è proprio quel che accade da molti anni a questa parte.
Chiudo citando un testo ben più nobile dei trattati europei, la Costituzione Italiana del ‘48. Quest’ultima, allorquando si è trattato di scegliere fra i principi di competitività e solidarietà, non ha mostrato il minimo dubbio. Difatti leggiamo, all’articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Io molto umilmente mi inchino, in segno di omaggio e di rispetto per chi ha potuto scrivere un testo di così somma bellezza.
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