La foto con il commento é del collega Gianmarco Dinapoli.
Mi ritengo fortunato ad aver fatto il cronista di nera quando, nel pieno della più sanguinaria guerra di mafia che la provincia di Brindisi abbia vissuto (all’inizio degli anni Novanta), ai giornalisti veniva consentito di “vedere” per raccontare. Quando la polizia scientifica aveva completato i rilievi, la scena era anche nostra.
Mi ritengo fortunato ad aver fatto il cronista di nera quando, nel pieno della più sanguinaria guerra di mafia che la provincia di Brindisi abbia vissuto (all’inizio degli anni Novanta), ai giornalisti veniva consentito di “vedere” per raccontare. Quando la polizia scientifica aveva completato i rilievi, la scena era anche nostra.
Non è una questione di secondo piano, né voglia di voyeurismo: per raccontare ai lettori un dramma è necessario osservarlo da vicino, in tutta la sua crudezza.
Il cronista di nera è l’unico dei giornalisti che non vive il fatto in tempo reale (come fa un giornalista sportivo, uno di amministrativa o di spettacolo) ma che deve farne una ricostruzione postuma.
In quegli anni la possibilità di essere sulla scena del crimine ci aiutava a rendere la cronaca più vicina possibile a ciò che era realmente accaduto e anche a trasmetterne le emozioni e i drammi.
Oggi ai giornalisti è precluso tutto questo. Quelli delle nuove generazioni raccontano senza aver mai visto davvero cosa significhi un omicidio, quali infiniti drammi nasconda. Cosa sia la scena di un delitto.
Le cronache (anche le mie) sono ormai ricostruzioni affidate a fonti più o meno credibili, più o meno documentate, più o meno disponibili a fornire chiarimenti.
È come se un cronista sportivo scrivesse di una partita senza vederla, facendosela raccontare da uno spettatore.
Ecco perché su una stessa storia spesso le ricostruzioni giornalistiche sono differenti tra loro. Ecco perché il mestiere del cronista di nera, quello autentico, non esiste più.
Nella foto si riconoscono il pm Nicola Piacente, io con il camicione, più dietro con i capelli neri Vincenzo Sparviero e sulla destra con la barba Giuseppe Messe. Mi pare che fossimo nelle campagne tra Mesagne e San Pancrazio, agli inizi degli anni Novanta, con due corpi ripescati in un pozzo. Osservavamo tutto e poi avremmo scritto, come si faceva un tempo.
N. B: La foto fu scattata dal compianto Mario Gioia, fotoreporter della Gazzetta del Mezzogiorno, scomparso troppo prematuramente.