In una mattina grigia e inquieta, l’aria del brindisino era intrisa di un’ansia palpabile. La Masseria Santa Teresa, un tempo simbolo di vita e lavoro, si stava trasformando in un palco di violenza e sangue. Da giorni, il territorio era teatro di scontri tra Briganti e Guardie Nazionali, un conflitto che andava ben oltre il semplice banditismo. La principale causa del rabbioso e disperato fenomeno del brigantaggio risiedeva nelle “speranze del popolo tradite” e, soprattutto, nella condizione sociale della classe più povera della società meridionale: contadini, braccianti e nullatenenti continuavano a essere vittime di ingiustizie, sopraffazioni e dell’esoso fiscalismo unitario. E se il misero guadagno non bastava, erano costretti a rivolgersi all’usuraio e al banco dei pegni. “Esausto l’infame mercato, [il contadino] piglia il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra e mangia”.
Le masserie, in particolare quelle dei proprietari liberali e anti-borbonici, rappresentavano facili bersagli per le bande di briganti. Essendo isolate, venivano assaltate e depredate di fucili, munizioni, cavalli, alimenti, foraggio e altri materiali di sostentamento.
Nel territorio brindisino imperversava un gruppo di circa trecento elementi sotto la bandiera bianca gigliata borbonica, capeggiati dal gioiese Pasquale Domenico Romano, un ex sergente dell’esercito borbonico conosciuto come il “sergente Romano”. Al suo fianco c’erano i luogotenenti Cosimo Mazzeo, detto “Pizzichicchio”, e Giuseppe Nicola Laveneziana, noto anche come “lu figghiu di lu Re”, descritto come “giovane dalla persona alta e prestante, dall’aspetto truce e imperioso”. Con loro c’era anche Giuseppe Valente, “Nenna Nenna” ex sottufficiale garibaldino, un brigante letterato dotato di una spiccata capacità dialettica.
Il 9 settembre, la Masseria Masciarella di Carovigno divenne il teatro di un audace rapimento. La banda del Laveneziana prese in ostaggio Vincenzo Brandi, il figlio sedicenne del proprietario, chiedendo in cambio della sua liberazione “mille ducati, 4 camiso, na paro di stivalo, un focilo buono, 2 paccotto di sigaro”. Fortunatamente, il ragazzo riuscì a saltare dalla giumenta e a mettersi in salvo mentre la banda veniva inseguita dalle guardie nazionali.
Il giorno dopo fu la volta della Masseria Cuoco di don Pasquale Perez, tra Brindisi e Mesagne, dove Laveneziana, avendo lavorato in passato come fittavolo, pretese un riscatto di seicento ducati, corrispondente al valore delle pecore che in precedenza aveva ceduto senza ricevere pagamento.
Il 2 ottobre, alla Masseria Masciullo di don Francesco De Castro di Mesagne, oltre quaranta briganti si introdussero nei fabbricati. Devastarono e depredarono, terrorizzando i lavoratori dell’azienda agricola con pugnali e pistole. Al massaro Antonio Zullo fu lasciato un biglietto per “do Cice di Castre”, firmato da Laveneziana, con la richiesta di “1000 piastro, 2 focile melotare, 6 paccotte di sichere”, cartucce e altre munizioni.
Il 3 ottobre, il brigante tornò alla Masseria Cuoco con cinquanta banditi. Venuta meno la risposta del Perez, ossessionato dalla sete di vendetta, ordinò ai suoi uomini di uccidere tutti i tredici buoi a fucilate, di devastare e incendiare alcune stanze del fabbricato, oltre ai carri e al fieno. Fortunatamente, un gregge di pecore fu salvato dal rogo attraverso un varco aperto nella corte. Furono rubati un cavallo “di manto morello” e tanta altra merce di valore; non contento, il bandito minacciò di mettere fuoco anche alla dimora della famiglia Perez a Brindisi, sfidando apertamente le forze dell’ordine: “Se hanno coraggio, venissero al piano della Masseria Santa Teresa, che là li aspettiamo”.
Il clima di terrore si intensificò. Le bande brigantesche, al grido di “Viva Francesco II”, il Re esiliato, imperversavano, saccheggiando e devastando.
Il 23 ottobre, un drappello di sette Carabinieri, guidati dal brigadiere Giuseppe Fiorineschi, si avventurò nelle campagne. Con loro, una quarantina di soldati della Guardia Nazionale. Ma, quando si avvicinarono alla Masseria Angelini, il destino si manifestò in forma di un gruppo di circa cinquanta briganti, guidati dal temuto “Sergente Romano”. La carica dei carabinieri fu disperata e irruenta, ma la Guardia Nazionale, presa dal panico, fuggì in una confusione disordinata.
Il conflitto si trasformò in un macabro balletto di morte. I Carabinieri, isolati, combatterono con coraggio, ma il numero dei briganti era schiacciante. Larizza, un Carabiniere, fu ferito gravemente, mentre il caos regnava sovrano. Alla fine, tredici Guardie Nazionali, catturate nella fuga, furono portate alla Masseria Santa Teresa, divenuta un rifugio per i fuorilegge.
L’aria si fece densa di terrore e fatalità.
I prigionieri furono fatti inginocchiare, costretti a “mettere di faccia a terra”. Marco Vincenzo Pecoraro, Cristoforo Miglietta e Giuseppe Mauro, detto “il mesagnese”, accusati di spionaggio, furono i primi a morire, fucilati uno dopo l’altro. Quando toccò a Vitantonio Donadeo, il suo grido disperato “Madonna del Carmine, aiutami!” risuonò nel silenzio cupo. Al momento dello sparo, il miracolo si manifestò: il fucile del sergente Romano si inceppò. Colpito dalla grazia divina, Romano, in un sussulto di pietà, decise di risparmiargli la vita. “Alzati che tu sei salvo,” disse, “devi essere devoto della Madonna del Carmine come ne sono io, le devi fare una gran festa”.
Anche gli altri nove soldati furono risparmiati dall’esecuzione, ma non senza subire le conseguenze del loro scontro. Cinque di loro furono mutilati, privati delle orecchie come “ricordo” di quella giornata di terrore. Gli altri, feriti, furono liberati, ma portavano con sé cicatrici indelebili, fisiche e psicologiche.
I corpi dei tre militari fucilati e semicarbonizzati, furono recuperati e sepolti, ma la fuga dei briganti continuò. Si appropriavano di armi e animali, vantandosi di trofei macabri: pezzi di carne umana, simboli di una vittoria ottenuta nella brutalità. La loro audacia si manifestò in ulteriori attacchi, culminando in una spirale di violenza che sembrava infinita. Ma la storia dei briganti, così come del sergente Romano, si stava avviando verso la sua conclusione.
Mentre la paura si diffuse come un’ombra sul territorio, emerse la complicità di alcuni personaggi locali con i briganti. Il loro sostentamento veniva garantito dai manutengoli, protettori del brigantaggio: ecclesiastici, parenti, contadini, ma anche alcuni esponenti dell’aristocrazia locale contrari al processo di unificazione nazionale. Uno di questi fu il Marchese Francesco Granafei di Mesagne, accusato e processato per aver accolto e non denunciato i briganti. Nelle sue proprietà, infatti, non vi furono mai assalti e razzie, ad eccezione di una “inoffensiva sosta alla Masseria Acquaro, dove i briganti, dopo aver rinchiuso i contadini in una stanza, si accontentarono di un lauto pasto”. Il Marchese, definito dai Carabinieri “pessimo soggetto”, venne prosciolto dall’accusa, ma le sue masserie vennero chiuse; fu l’unica misura applicata nei suoi confronti.
La loro fine giunse nel gennaio del 1863, quando il sergente Romano cadde in battaglia, segnando la fine di un’epoca di terrore. Ma la figura di Vitantonio Donadeo, salvato da un miracolo, rimase impressa nella memoria collettiva, simbolo di speranza in un tempo di oppressione e violenza.
fonti consultate: Brindisiweb.it – notizienazionali.it – ilgazzettinobr.it