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Pietro Folena, un “ragazzo di Berlinguer”, è tornato a Mesagne per ricordare lo storico segretario del Pci a trentatré anni dalla prematura scomparsa. Si emoziona quando l’onorevole Michele Graduata ricorda quella tragica data che rese orfana la sinistra di un leader “diverso”, come ama sottolineare la giovane docente Maria Giovanna Caforio nella puntuale introduzione. L’iniziativa per ricordare Enrico Berlinguer – curata con garbo e passione di altri tempi da Articolo 1 MDP di Mesagne – apre alla piazza, a chi sceglie di occupare le sedie disposte in un clima di informale accoglienza, agli invitati dai gradini della vicina Chiesa Matrice in abito da matrimonio, a chi sorseggia un caffè, a chi si sofferma mentre passeggia a piedi o in bicicletta, tutti in cerca di refrigerio dalla calura di questo asfissiante giugno mesagnese. C’è un’aria buona mista ad una dose di veleno respirabile, l’ansia di parlare di questione morale e riforma della politica, di democrazia incompiuta e di futuro claudicante in un Paese che ai partiti e all’associazionismo non ha saputo sostituire molto altro. Il termometro sale ancora di qualche linea quando il sindaco Molfetta si lascia andare senza mezzi termini al reiterato invito “lasciamo stare Berlinguer”, nessuno se ne riempia la bocca, suona così, come monito che sembra riecheggiare vecchie diatribe. Il tema forse è arcaico e fuori moda, quasi quanto la “furzora” – così letteralmente citata dal primo cittadino – posta sul tavolino dove sono immerse alcune bottigliette di acqua fredda. Però Berlinguer c’è, nel limbo indolente di un’Italia travolta dalla “profezia” del Segretario che per tempo aveva preannunciato le ragioni basilari di un prevedibile crollo del sistema politico dell’Italia repubblicana. La storica intervista rilasciata dal leader comunista a Eugenio Scalfari nel 1981 ebbe un processo di elaborazione lento e inesorabile che – a dire dello stesso Scalfari – avrebbe trasceso la cronaca italiana. Il radicalismo politico a fondamento etico di Berlinguer marchiò la storia a venire come un vaticinio e sancì l’isolamento politico del suo partito. Berlinguer piegò la linea del Pci in modo radicale verso l’accentuazione di un giudizio etico che sarebbe assurto a respiro storico. “I partiti sono soprattutto macchine di potere e clientela”, chiosava Berlinguer, aggiungendo che moltissimi italiani si accorgevano bene del mercinomio che si fa dello Stato ma che non erano disposti a combatterlo perché sotto ricatto. Quelle dichiarazioni, indirizzate specificatamente verso Dc e Psi, suscitarono l’aperta opposizione di una parte del Pci, Giorgio Napolitano se ne fece interprete dichiarandosi sbigottito. In quella clamorosa dichiarazione il futuro Presidente della Repubblica colse una sorta di rinuncia a fare politica, insomma lo spettro della cosiddetta “antipolitica”. Per entrambi la questione morale era uno stile di vita, prima che un problema giuridico. La questione resta tutta qui, aperta oggi come allora, coniata per assistere a trent’anni di rabbia e oblio.
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