Si è spento l’ultimo partigiano di Venezia, di origini mesagnesi, Gabriele Poci, detto “Bocia”.
Gabriele era nato a Venezia il 27 agosto del 1930, da padre mesagnese, parente del nostro socio Andrea Poci.
Queste le parole del PARTIGIANO nelle sue memorie:
“Oggi ho quasi raggiunto gli 89 anni. Dal 1944-45 è trascorso molto, molto tempo. I tredici mesi vissuti da giovane partigiano possono sembrare ben poca cosa rispetto ai decenni successivamente passati nella mia famiglia e nel lavoro. Quei mesi però non si fanno dimenticare. Anzi. Soprattutto in questi ultimi anni, quelli della vecchiaia, mi è accaduto che si siano riproposti prepotentemente. Succede infatti che spesso mi sveglio di soprassalto la notte dopo aver sognato di trovarmi tra i miei compagni in situazioni di estremo pericolo. Rivedo i vivi e i morti, i tanti che hanno vissuto e sofferto con me. Rivivo le scene strazianti difficilmente descrivibili. E rifletto sul loro significato. Prima di tutto quei mesi sono stati per me formativi in termini strettamente personali. (…) Mi hanno poi insegnato la necessità di difendere sempre la pace, la libertà e il rispetto dei diritti. Anche se in armi, infatti, con quella scelta ognuno di noi intendeva far finire al più presto una guerra scatenata per mire espansionistiche dalla Germania nazista e dall’Italia fascista contro popoli vicini, rivelatasi presto disastrosa e terrificante anche per la nostra gente. Con quella scelta ognuno di noi intendeva combattere due regimi razzisti che stavano portando a compimento la Shoà del popolo ebraico. Una lotta e resistenza, la nostra, condotte quindi nell’ideale della fratellanza tra i popoli. Mai e poi mai, vivendo in una brigata italiana che combatteva al fianco di brigate slovene in territorio jugoslavo, ho sentito odio o risentimento nazionale nei nostri confronti da parte di una popolazione che aveva subito la violenta aggressione dell’aprile del ’41 e la perdita dei più elementari diritti. Anzi. Se sono ancora in vita è perché sono stato salvato da due partigiani sloveni. Se in quei mesi non sono morto di fame, è perché la gente slovena, pur nella loro estrema indigenza, non ci ha negato mai un po’ di cibo. Se ho continuato a credere nella fratellanza e solidarietà tra gli uomini, indipendentemente dalla nazionalità o “razza”, è perché ho sempre assistito a scene di saluto, amicizia e rispetto tra noi combattenti italiani e quelli sloveni.”
La nostra sezione si unisce al dolore dei suoi famigliari e della sezione consorella “Sette Martiri” dell’A.N.P.I. di Venezia.