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Se ne discute oggi pomeriggio (giovedì 16 marzo), ore 15:00, presso il Convento dei Cappuccini a Mesagne con Antonio Luigi Palmisano (nella foto) presidente del CdL in Servizio Sociale e Docente di Antropologia Applicata e Antropologia Sociale presso l’Università del Salento di Lecce. Dagli anni ’40 a oggi il numero degli antropologi di professione è aumentato esponenzialmente, così come sono aumentati gli studenti, grazie ai programmi di BA, MA, PhD e Masters in antropologia. Le stesse antropologie si sono moltiplicate, specificandosi con i vari aggettivi e, in pochi anni, la antropologia si è diffusa nel mondo accademico e mediatico, arricchendo le altre scienze sociali. Pur tuttavia, il dibattito teorico ha segnato un arresto negli ultimi decenni, tranne poche eccezioni importanti ma confinate a scuole particolari. La metodologia scientifica propria dell’antropologia si è sviluppata e poi cristallizzata intorno a veri e propri protocolli le cui attività finiscono per rappresentare dei confini: le stesse definizioni delle identità etniche, del resto, sono state ristrette ad attività protocollari. Ma cosa è l’antropologia, oggi? In questa prospettiva, non ha forse precedenti la cosiddetta “antropologia in Italia”, che risulta essere o “sotto casa” o decisamente “in casa”. La pletora di studi sulla migrazione condotti a casa o nella sede di conseguimento dei titoli di studio resta pertanto espressione secondaria dell’antropologia. Per non parlare poi di studi da parte di “immigrati italiani sud-nord” di seconda generazione che – una volta rappresentatisi come antropologi, o più spesso viceversa – si occupano di ricerca nella “casa del padre”. Relativamente agli studi sulle migrazioni, per esempio, in antropologia sarebbe più comprensibile uno studio sui processi migratori dal Sudan al Chad, o da Sumatra e Giava verso Timor ecc. Diversamente, nulla del genere, o quasi, è ancora riscontrabile nel resto del mondo antropologico.
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