(di Emilio Gianicolo*, nella foto) Il tema complesso dei nessi di causazione tra inquinamento industriale e diffusione di patologie (Vineis, 1990) si arricchisce del punto di vista dell’antropologo Andrea Ravenda. (Carbone. Inquinamento industriale, salute e politica a Brindisi, Meltemi Ed. Milano, € 18).
Ravenda, docente presso l’università di Perugia, è brindisino di origine e proprio nella città natale ha condotto una ricerca etnografica con l’obiettivo di esplorare le reti di causazione nel rapporto inquinamento industriale-malattia all’interno di rapporti di forza, ovvero di processi “dominati dalle contese tra i movimenti per la giustizia ambientale e la salute pubblica, le istituzioni locali, e le compagnie energetiche ed industriali”. Il libro ha diversi meriti. Uno di questi è la possibilità che offre di riflettere su aspetti dell’esperienza brindisina, comuni ad altre realtà nazionali, e su caratteristiche che invece rendono unica tale esperienza.
Le classi dirigenti meridionali È comune, rispetto ad altre zone meridionali, l’inizio ritardato dell’esperienza industriale, che risale, a Brindisi, agli anni ’50 del secolo scorso. È comune rispetto ad altre zone meridionali, l’accettazione da parte delle classi dirigenti locali di forme di “modernizzazione passiva” (Felice, 2013), capaci di devastare territori ed usurpare risorse naturali con lasciti di povertà, contaminazione e dissoluzioni di legami sociali e memorie collettive. Eloquente, a tal proposito un passo di Russo (Russo, 1964), citato da Ravenda: “La cerimonia per la posa della prima pietra di uno stabilimento industriale a Brindisi mi conferma che il paternalismo è un vizio inguaribile della nostra classe dirigente. Inevitabilmente l’intervento di una industria del Nord nel Sud viene presentato come l’elargizione del ricco al povero, un aiuto benigno. La colpa non è degli industriali del Nord […] quanto delle classi politiche tradizionali.”
L’accettazione di forme di “modernizzazione passiva” da parte delle classi politiche e dirigenti locali ha consentito alle famiglie redditiere meridionali, ai parassiti – per dirla con le parole di Rosa Luxemburg – del sistema capitalista del Sud, di mantenere, attraverso rapporti clientelari, il potere. Le classi dirigenti furono incapaci di perseguire forme di “modernizzazione attiva”, conformi alle esigenze ed alle risorse del territorio (Felice, 2013). Essi contrabbandarono l’industrializzazione come se fosse uno strumento di emancipazione. Unico strumento capace di risollevare le sorti di contadini e sottoproletari. Essi furono incapaci e non vollero costruire una alternativa all’emigrazione ed alla miseria che non passasse attraverso la devastazione dei territori.
Per quanto concerne i rapporti clientelari, emblematiche sono le parole che l’arcivescovo di Brindisi pronunciò il giorno della posa della prima pietra del petrolchimico. L’arcivescovo, alla presenza dell’allora presidente del Consiglio Segni e del sottosegretario brindisino Caiati, uno dei maggiori fautori dell’insediamento industriale a Brindisi, assicurò che “i dirigenti della società, i ministri, i sottosegretari, i parlamentari, come gli apostoli, distribuiranno ai brindisini il pane quotidiano e la vita eterna” (Russo, 1964). Va bene tutto, ma credo che finanche gli eminenti colleghi epidemiologi, a libro paga dell’industria, avrebbero evidenti difficoltà a sostenere la tesi che l’industria allunghi la vita addirittura fino all’eternità.
L’opposizione, il deserto e le aree depresse Sarebbe, tuttavia, ingeneroso non citare le forze politiche che si sono opposte al modello industriale mutuato dal Nord-Italia. La storica Malavasi nel suo recente saggio (Malavasi, 2018) ricorda il ruolo della Cassa del Mezzogiorno, che doveva finanziare lo sviluppo delle zone “depresse” e che invece, a parere della minoranza comunista, rappresentava “una via per agevolare la penetrazione del capitalismo monopolistico nel Sud e rafforzare, perciò, le relazioni di dipendenza della società meridionale.” Colpisce anche molto la critica che i deputati comunisti muovono all’uso stesso del termine “depresso” in quanto esso “definisce l’arretratezza come una mancanza, piuttosto che il risultato di circostanze storiche” ed infine “i programmi di sviluppo che essa (la teoria delle aree depresse, ndr) orienta traducono sul piano regionale le medesime logiche che servono ottimamente nelle relazioni internazionali gli interessi della nazione più potente del mondo”. Leggendo la critica al concetto di arretratezza, mi sovviene una chiacchierata con un amico che citava questo pezzo di un libro di Cassano “Il deserto non è il non-ancora dell’acqua, un’imperfezione che sarà tolta dall’arrivo salvifico della tecnica. Il deserto è un luogo-chiave di molte religioni e molte culture: ridurlo alla figura dell’arretratezza è una pretesa mostruosa. Per chi stabilisce questa equazione (e non sono pochi) varrebbe il rimprovero che Wittgenstein faceva all’antropologo positivista James G. Frazer: nella sua capacità di intendere i fatti spirituali egli è molto più selvaggio dei suoi selvaggi” (Cassano, 1996).
La spinta alla conoscenza scientifica da parte della società Un altro elemento comune a Brindisi rispetto ad altre aree in Italia è l’accertamento della presenza di contaminazione ambientale e la conduzione di studi che evidenziano criticità sanitarie. Come documentato da Ravenda, di unico a Brindisi c’è e c’è stato il protagonismo scientifico di movimenti extra-istituzionali e l’attività di ricercatori indipendenti (o “militanti”, per chi ne voleva sminuire il ruolo agli occhi della opinione pubblica), attori capaci di spostare il campo della disputa sui rapporti di causazione tra inquinamento industriale e patologie su punti più avanzati. Senza il ruolo di movimenti – quali Salute Pubblica, Forum Ambiente Salute e Sviluppo, Medicina Democratica Legambiente WWF e Greenpeace per citarne alcuni e soprattutto No al Carbone, su cui l’autore si sofferma per aver svolto proprio dall’interno di quel movimento la sua ricerca etnografica – non vi sarebbero stati avanzamenti nella conoscenza degli effetti delle emissioni inquinanti sulla salute dei residenti a Brindisi e nei comuni limitrofi. Avanzamenti consentiti da diversi studi, ed in particolare, dallo studio di coorte commissionato dalla Regione Puglia al Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio. Studio che, per disegno adottato, presenta una notevole persuasività scientifica (Bauleo et al., 2017). Questo lavoro, simile per impostazione e coordinazione a quello richiesto a Taranto dalla locale Procura, a Brindisi le istituzioni locali e regionali non lo avrebbero mai condotto se non vi fosse stato il ruolo attivo di movimenti anche politici (Brindisi Bene Comune), che nel caso specifico si adoperarono nella raccolta di ben oltre 10.000 firme. D’altro canto in assenza dei lavori dei ricercatori indipendenti non vi sarebbe stata l’istituzione in Puglia di un registro di malformazioni congenite (Gianicolo et al., 2012; Gianicolo et al., 2014), e l’adozione dell’anidride solforosa (Mangia, Bruni, Cervino, & Gianicolo, 2011; Mangia, Gianicolo, Bruni, Vigotti, & Cervino, 2013) e del particolato secondario (Mangia et al., 2015) tra gli indicatori di esposizione.
Basta studiare scientificamente i fenomeni? Una domanda emerge: cosa hanno prodotto in termini pratici questi avanzamenti di conoscenza e quali iniziative istituzionali impongono (Salute Pubblica, 2017)? Come classicamente accade in situazioni simili in tutto il mondo (Savitz, 2016), la richiesta di una indagine epidemiologica ha permesso a istituzioni ed aziende di guadagnare tempo. D’altra parte, l’indagine ha prodotto nuove evidenze scientifiche spendibili sui tavoli decisori e una sempre crescente consapevolezza della possibile esistenza di nessi di causazione. Inoltre, l’indagine “istituzionale” ha tolto alle aziende energetiche e petrolchimiche ed a molti attori istituzionali l’argomento per cui le evidenze fino ad allora prodotte fossero per lo più di parte, o frutto di ricerca militante o svolte con dati non certificati. Infine, quello che emerge con forza dalla ricerca di Ravenda è che il riconoscimento dei nessi di causazione non spetto solo alla ristretta cerchia dei tecnici. Anzi, a parere dell’antropologo, i nessi di causazione si negoziano e si producono dal confronto di forze su campi non solo scientifici ma, per esempio, anche giuridici. Confronti in cui il dato tecnico-sanitario, con la sua centralità, innesca “frizioni e fratture” che riguardano “la storia dei territori e la produzione della memoria sul passato pre- o post-industriale fino a toccare le intimità dei rapporti tra le persone e tra questi e i luoghi che abitano”.
*mesagnese, l’unico pugliese nella segreteria dell’Associazione nazionale di epidemiologia, epidemiologo dell’Istituto di Epidemiologia Chimica Cnr di Lecce e Institut fur Medizinische Biometrie, Epidemiologie und informatik Univresità di Mainz (Germania).
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