Il cosiddetto “campo largo” ha scelto: il suo candidato sindaco é Francesco Rogoli, segretario provinciale del Partito Democratico. Una scelta che chiude una fase e ne apre un’altra, senza più ambiguità.
Per anni in questa città i partiti hanno perso credibilità e spazio politico lasciando un vuoto che è stato riempito dalle Liste Civiche. Queste, grazie all’impegno concreto di tante persone provenienti da esperienze diverse, si sono assunte la responsabilità di governare tenendo in piedi la macchina amministrativa, garantendo presenza e decisione. Questo va riconosciuto, senza riscrivere la storia.
Quella stagione ha avuto un tratto dominante: la personalizzazione della politica. Le Liste Civiche si sono rette attorno a leadership forti e accentrate, come quella di Toni Matarrelli. Oggi, con il suo ingresso nel Partito Democratico, inevitabilmente quel modello é cambiato.
La leadership resta, ma non è più solitaria perché é entrata in un sistema di partito, con regole, equilibri e gerarchie diverse. E questo significa una cosa sola: i pesi politici si ridistribuiscono.
È qui il punto politico vero: stanno tornando i partiti. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché senza struttura, senza organizzazione e senza sintesi politica, una città non si governa. Le Civiche hanno colmato un vuoto, ma non possono essere il modello permanente.
Il voto farà il resto. Se, come annunciato, Matarrelli sarà candidato nella lista del PD, il Partito Democratico diventerà inevitabilmente il perno del “campo largo”. E quando cambia il perno, non si spostano solo gli equilibri: si ridisegna l’intero sistema politico cittadino.
Ma la politica non può fermarsi ai numeri e ai rapporti di forza. Deve guardare alle priorità che sono concrete e non più rinviabili. Lo sviluppo economico è la prima: la zona industriale va rilanciata, resa competitiva, dotata di servizi veri. Senza produzione e senza imprese, tutto il resto è retorica.
Basta con l’idea che la città possa reggersi su movida e gastronomia. Questi sono contorni. Non strategia. Il rischio è evidente: consumo senza sviluppo, visibilità senza economia. Serve, invece, puntare su filiere solide, a partire dall’agroalimentare e dalla trasformazione.
Poi c’è la città reale: manutenzione, infrastrutture, servizi. E c’è la sicurezza che non si affronta con gli annunci, ma con politiche sociali serie, soprattutto sui giovani dove il disagio è già emergenza.
E infine, ma non per ultime, le periferie lasciate per troppo tempo marginali: non solo decoro, ma servizi, presenza, qualità della vita.
Questa dovrà essere una scelta politica netta: smettere di concentrare tutto nel Centro, e iniziare a ridistribuire davvero la città.
La verità è semplice: la fase delle transizioni è finita. Adesso si governa o si arretra.