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Di quella mattina ricorda tutto. All’improvviso ho visto in mezzo ai binari una sagoma, sarà stata a cento metri da me. Ho utilizzato, la tromba, ho azionato il freno. Ma non ce l’ho fatta ad evitare quel ragazzo… Poi ho saputo che in auto aveva lasciato un biglietto in cui diceva di voler farla finita». Nel corso della sua carriera, secondo i dati forniti dal sindacato di categoria, un macchinista è testimone di tre suicidi di questo genere. Qui non siamo soltanto in presenza di uno shock post traumatico, bensì di una gravissima esperienza per il macchinista». Il suicida spesso vuole rendere il suo gesto plateale, macabramente spettacolare e nel tempo stesso rapido ed indolore. Il treno, nell’immaginario di molti, offre queste cose tutte assieme. Compreso il fatto di ostacolare un servizio pubblico e quindi “pubblicizzare” la propria decisione. A parlare è un giovane macchinista, che da circa una ventina d’anni conduce i regionali sulle linee dei pendolari. Con la garanzia dell’anonimato, il dipendente di Trenitalia accetta di raccontare come vivono il tragico fenomeno degli investimenti sui binari questi lavoratori che per vivere guidano mezzi scelti da altri per morire. L’ultimo episodio è avvenuto a Latiano appena qualche giorno fa. Il 2 Marzo era toccato a Barletta, investito a passaggio a livello, qualche giorno prima Una ragazza di circa 30 anni è stata investita da un treno ‘Frecciabianca‘ di Trenitalia all’altezza del passaggio a livello di via Andria, sempre a Barletta. Domenica 20 Febbraio nella stazione di Brindisi, Il 30enne E. E. originario della Nigeria, è scivolato sotto le rotaie mentre tentava di risalire sul convoglio regionale in partenza per Lecce. Il giovane migrante, regolare sul territorio italiano, in seguito alla rovinosa caduta ha perso una gamba e il braccio destro, tranciati dal convoglio in movimento. Un elenco che potrebbe purtroppo continuare a lungo.
D: Torniamo a quel giorno: cosa ricorda? «Tutto. Sono traumi che ti segnano per la vita, impossibile dimenticarli. Ero sulla linea Bari Lecce, in un tratto in mezzo alla campagna, dove non c’è illuminazione, al di là delle luci del locomotore».
D: A che velocità andava? «A 140 chilometri orari, limite regolato dal nostro sistema di sicurezza (SCMT) Sistema di Controllo della Marcia Treno). A quella velocità il dispositivo di frenata rapida richiede circa 500 metri per arrivare ad un completo arresto. Non so quanti secondi siano passati, però mi sono sembrati un’eternità. Sentivo il convoglio rallentare, ma ormai sapevo di aver investito qualcuno, è stato terribile».
D: A quel punto cos’ha fatto? «Il regolamento prevedrebbe che sia il capotreno a scendere e verificare l’accaduto. Mentre davamo l’allarme alla sala Operativa, al gestore della tratta e alla polizia ferroviaria, con le luci dei telefonini ci siamo incamminati lungo i binari, finché abbiamo trovato il corpo senza vita di quel poveretto».
D: È stato indagato? «No, di norma il macchinista viene accusato di omicidio e questo consente l’apertura delle indagini, nel mio caso, la dinamica era chiara, la volontà suicidaria anche. Ma ad altri miei colleghi è capitato di finire sotto inchiesta, il che non fa altro che aggiungere dolore al dolore. Gli inquirenti dovrebbero mettersi nei panni dei macchinisti, che ogni giorno e ogni notte lavorano con l’incubo di trovarsi davanti qualcuno che si butta sotto il treno. Se penso ai miei compagni di concorso, solo ad un paio non è capitato, mentre altri sono già al secondo caso in carriera».
D: Come ha reagito? «Ho parlato con la psicologa, mi sono preso qualche giorno di ferie. Ogni volta che ero solo, rivedevo la scena davanti a me, chiedendomi se avevo fatto tutto il possibile. Conoscevo già la risposta: sì. Ma anche se non era colpa mia, ero comunque consapevole che un ragazzo era morto sotto il mio treno. Non è facile da accettare, sapendo fra l’altro che le famiglie delle vittime sono poi chiamate anche a pagare i danni causati al blocco della circolazione ferroviaria come prevede l’art 2043 del Codice Civile, comunque cercano di analizzare caso per caso: alle famiglie di minorenni di solito non chiedono nulla, come nel caso di una ragazza di 17 anni che si è suicidata qualche un mese fa. Quando si trovano di fronte a un maggiorenne, invece, il discorso cambia, una bella spesa a cinque o sei zeri purtroppo. Oltretutto non ci sono solo i suicidi, ma anche le imprudenze.
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