
Francesco Simone
In Salento l’estate non ti dà tempo di reagire perché ti stordisce fino a vomitare.
Nostalgia. Incanto. Sensazione che qui al confine del Mediterraneo, tutto sia diversamente intellegibile dal cuore perché questa terra parla una lingua strana. Io che ci sono nato ancora fatico a comprenderla e tradurla in emozione. Mi sento un “analfabeta emotivo” nei confronti di questa terra. Percepisco ma non riuscirei a tradurre dal cuore alla penna. Quando ero ragazzino l’estate era fatta di rituali familiari.
Spesso nel tardo pomeriggio quando le temperature lo permettevano, mia madre o le mie zie mi portavano a fare visita ad amici di famiglia o parenti più o meno stretti in bellissime dimore storiche di Mesagne o dei dintorni, tra ulivi e frutteti.
Mi ritrovavo spesso in palazzi baronali di fine secolo scorso affrescati o ville signorili a parlare fondamentalmente del niente o futili convenevoli di maniera. Sento ancora nelle narici quel profumo di legno antico della mobilia mescolato a quell’ indefinibile spocchioso sentore di “signorilità ”.
Io che puntualmente ero irrimediabilmente, morbosamente attratto dall’esatto opposto di ciò che mi veniva anche in buona fede “imposto”. Ero affascinato da quella che io definivo la “Mesagne bianca “, la Mesagne popolare.
Quella delle periferie, dei caseggiati popolari e delle casette rurali sperdute tra gli ulivi così come quella delle comunità di sostegno di gente in difficoltà che avevo modo di frequentare per volontariato. La definivo “bianca” perché la associavo alle case bianche del centro storico, bianche di calce per riflettere il sole feroce dell’estate.
Per me c’erano due città . C’era la “Mesagne dorata”. Quella dei manici di ottone e gli affreschi con i toni dell’ocra e delle immagini sacre dalle finiture dorate.
E poi c’era la “Mesagne bianca”. Quella delle facciate ” ‘ncuacinati”, imbiancate di calce dei vicoli di San Cipriano, ora meta turistica o delle estreme periferie rurali. Io adoravo ascoltare le storie della gente della Mesagne “bianca”. Adoravo sentire, quasi annusare voci così lontane dal mio mondo ma così attratte dalla mia curiosità di capire il senso di questa città , di cogliere voci spesso dissonanti e imparare nuove lezioni. Io ero là ad imparare. Ed ascoltare.
Un giorno come mille altri giorni d’estate tutti uguali, vagavo per le campagne della città in bicicletta alla ricerca di nuovi angoli da scoprire e magari nuove storie della “Mesagne bianca”. Incrociai un tizio dall’età indefinita e la pelle consumata dal sole che raccoglieva fichi d’india dalla sua pianta a cavalcioni di un muretto a secco.
Sudava talmente tanto che le gocce di sudore colavano sui fichi d’india che raccoglieva con i guanti ovviamente e prima di posarli nel secchio era costretto ad asciugarli. Mi colpì la maniera amorevole con cui lui puntualmente asciugava ogni fico anche più del necessario. Come se lavasse la faccia di un figlio.
Mi avvicinai e sfrontatamente chiesi se potevo assaggiarne uno. Il tizio non solo non si indispettà per la mia impertinente domanda di ragazzino, ma era quasi contento di farmi assaggiare la bontà di quel suo frutto. E mentre si armava di coltello per sbucciare la scorza spinosa, mi raccontò una storia.
Me la raccontò tutta nel nostro dialetto. Probabilmente l’unica lingua che conosceva. Quasi come fosse il prezzo per assaggiare quel frutto. Ascoltare quella storia era il prezzo per godere di quel frutto.
Mi raccontò che un muro a secco non viene eretto a caso e ogni pietra viene scelta e incastrata una sopra l’altra facendo attenzione che collimino i bordi il meglio possibile per essere più stabile.
Mi raccontò che ogni muretto a secco ha un prezzo, che è quello di sbucciarsi polpastrelli e palmi per lavorare quelle pietre in modo da incastrarle.
Ogni muretto è una storia nella storia e ogni muretto ha mille e più storie di pietre e mani sbucciate Mi disse perseverando nel nostro dialetto quasi arcaico e che facevo fatica a comprendere, che ogni muretto era una storia di amore che dura il tempo di una vita, anche due e anche tre.
Era il mistero di come tante pietre potessero stare insieme contro il nemico, contro il ladro, contro la natura avversa anche senza acqua o malta di cemento. Solo incastrandosi, solo addolcendo i propri spigoli per reggere. A quel punto aggiunsi io anche un po’ annoiato e impertinente: “Si, ma che c’entrano i fichi d’india? “Io ti avevo chiesto se me ne facevi assaggiare uno…”
E lui: “Tu hai fame e gola ma per la gola non hai capito che questa pianta così dolce sotto una scorza di spine è qui, dietro ogni muretto a secco, perché si sente protetta. E in cambio cosa da per amore? Protezione. Se questo muretto non avesse questa pianta grossa e spinosa sarebbe facile da superare.
Non c’era già più, era sparito senza un motivo in pochi secondi e in pochi metri senza che io mi potessi spiegare come e perché. Dileguato. Quasi misteriosamente. Non me lo sono mai più voluto chiedere chi fosse e perché in un attimo fosse sparito così. Era una favola o era altro? Non lo so. So che due genitori che si amano o che si amavano, sono il misterioso tesoro più bello che si possa… gustare. A costo di spigoli, mani sbucciate e spine.