
Luca Debenedittis
(di Luca Debenedettis) L’ultimo tributo natalizio di vite palestinesi, Israele lo offrì all’umanità nel 2008. Per l’occasione, l’esercito rese omaggio alla Bibbia con l’operazione militare “Piombo fuso”, che richiamava il serefah della tradizioneebraica, una delle quattro modalità di condanna a morte: due boia legano un telo di stoffa al collo del condannato e tirando ciascuno la propria estremità quasi lo soffocano, obbligandolo ad aprire la bocca. A quel punto, un terzo boia gli versa in gola del piombo fuso che gli brucia le viscere.
Accadde così che la popolazione di Gaza fu prima circondata dai blindati e poi affogata nel piombo dei bombardieri. Un massacro senza precedenti il cui primato, 15 anni dopo, è stato completamente stracciato. Anche stavolta serviva un casus belli che giustificasse una rappresaglia. Sicché, complice il silenzio di Washington, il governo più ultranazionalista e reazionario della storia israeliana ha molestato a lungo la sua preda, lasciando che questa lo aggredisse, per poi urlare al “NUOVO OLOCAUSTO”.
Perfino l’asfalto, divelto dai cingoli dei carri armati, la rete idrica e quella elettrica. Nient’altro che macerie e qualche randagio pelle e ossa alla ricerca di cibo tra i corpi esanimi di nostri figli, genitori, parenti, amici e vicini di casa. Se avesse subìto la stessa ferocia con cui Israele si è scagliato su Gaza, questo Natale Mesagne si presenterebbe così. Un immenso cimitero. “Colpa di Hamas che si fa scudo coi civili”, si continua a ripetere. Ora, aldilà di cosa sia e cosa rappresenti Hamas, sarà il caso di ricordare che negli anni delle stragi Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo 2004/2 – 9 luglio 2004, par.139 di mafia, degli attentati a Falcone e Borsellino, quando si capì che i boss godevano della copertura delle famiglie locali, non è che lo Stato italiano prese a bombardare la popolazione. Non rase mica al suolo Palermo e Trapani per eliminare Cosa Nostra. Eh no, che non lo fece. Perché uno “Stato di diritto” non sacrifica la vita di nessuno per un “bene superiore”. Se c’è il rischio che un innocente possa lasciarci la pelle, uno “Stato di diritto” semplicemente NON SPARA, punto!È abbastanza evidente che tale prassi e in generale tutte le norme internazionali ideate dopo la 2a Guerra mondiale sulla base di un principio elementare quanto straordinario, ovvero che la vita umana è UNICA e SACRA, per certa parte del mondo sembrano non valere affatto. Questa constatazione è emersa con disarmante prepotenza dal dibattito che ha seguito i tragici fatti del 7 ottobre. Benché i movimenti di resistenza palestinesi non avessero mai perpetrato un attacco tanto devastante – e qualcuno presto o tardi, al netto delle barzellette, dovrà dare conto di come ci siano riusciti – sentire i nostri politici e i media ripetere a pappagallo le dichiarazioni dei funzionari israeliani, per i quali non si era “mai visto nulla di simile dai tempi della 2a Guerra mondiale”, lascia intendere non solo che dei massacri e delle porcherie compiute dall’alleanza atlantica in giro per il globo e nel Medio Oriente in particolare, noi stessi non avvertiamo né la gravità né la responsabilità; ma, soprattutto, che in 76 anni di colonizzazione della Palestina, dall’Olocausto in poi, le stragi e le cataste di morti per mano delle milizie sioniste prima e dell’esercito israeliano dopo – da Deir Yassin a Tantura, alle guerre in Libano, fino alle precedenti piogge di bombe su Gaza – in quella parte del mondo non hanno avuto alcuna rilevanza morale e umana.
Una terra araba abitata da arabi. Questa è stata per secoli la Palestina, prima che i Paesi europei decidessero di scaricare le proprie responsabilità per le malefatte agli ebrei sulla sua gente. Il tutto sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che appena nata commise il più grande torto della sua storia, strappando metà della terra palestinese ai nativi per consegnarla a un movimento nazionalista che non aveva mai fatto mistero di volerla possedere per intero. “La tragedia di essere vittima delle vittime”, la definì l’intellettuale americano di origine palestinese, Edward Said.E non chiamiamola “guerra”. In quel fazzoletto di Medio Oriente, da 56 anni è in corso un’occupazione disumana che periodicamente si confronta con tentativi di ribellione che proprio non tollera e che reprime con inusitata violenza. Per dirla brutalmente, non solo è stato commesso un furto, ma chi lo ha fatto non sopporta che i legittimi proprietari gli rompano i coglioni.
Sarebbe stato bello, oltreché giusto, se per la Palestina si fosse ricreata la stessa mobilitazione internazionale che si adoperò contro il regime razzista in Sudafrica. E se avessimo potuto ancora contare su presidenti della Repubblica come Sandro Pertini che, nel messaggio di fine anno agli italiani (1983), esprimendo solidarietà alla popolazione occupata diede del “criminale” al Ministro della difesa israeliano, Ariel Sharon, regista delle stragi nei campi profughi libanesi di Sabra e Chatila.
Niente di ciò, purtroppo. Passate di moda sia la “spina dorsale dritta” che “l’integrità etica”, i successivi inquilini del quirinale, e con loro interi esecutivi avvicendatisi alla guida di questo sfortunato paese, hanno appoggiato tutti, incondizionatamente, le politiche segregazioniste con le quali Israele ha confinato i palestinesi della Cisgiordania in 165 isolette scollegate e rinchiuso quelli della Striscia di Gaza in un rettilario, come topi.
È anche grazie a questi ominicchi, capaci di schierarsi sempre dalla parte sbagliata, se la terra che duemila anni fa ha dato i natali al palestinese più celebre della storia ha perso la sua santità…se mentre ce ne staremo qui a festeggiare, sull’altra sponda del Mediterraneo proseguirà questa moderna strage degli innocenti. Intanto, in Palestina è scomparsa Mesagne.