Riceviamo e pubblichiamo dall’associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti, un editoriale del prof. Aldo A. Mola sul Maresciallo d’Italia Giovanni Messe.
Un “busto” in ombra: fino a quando? D’improvviso, la figura e l’opera del Maresciallo vengono ora poste in discussione sulla base di alcune carte pubblicate da Mario J. Cereghino e Giovanni Fasanella in Le menti del doppio Stato (ed. Chiarelettere). Anziché vagliarne l’attendibilità e contestualizzarne generi e contenuti, talune associazioni che si ergono a depositarie della Verità si sono affrettate a trarne pretesto per demonizzare Messe quale stratega occulto della tanto celebre quanto leggendaria FODRIA (acronimo di Forze Oscure della Reazione in Agguato, brillante invenzione di Guareschi). Eppure proprio Cereghino e Fasanella (con la benedicente prefazione di Giuseppe Vacca, già direttore dell’Istituto Gramsci) argomentano e concludono che Churchill e Stalin non volevano affatto un’Europa democratica ma intendevano spartirsela in zone d’influenza, tagliando fuori gli Stati Uniti d’America. Per il futuro dell’Italia Stalin non puntava sull’accomodante Palmiro Togliatti ma su Pietro Secchia, Luigi Longo e Vittorio Vidali: insomma sull’“ala militare” del Partito comunista d’Italia, che “il Migliore” cercò di trasformare in Partito nuovo, caleidoscopico proprio perché “di massa”. Puntava alla convivenza con i cattolici per liquidare gli antefascisti (liberali, demosociali, radicali…) e anche molti antifascisti, come Randolfo Pacciardi, sino all’“ala destra” del Partito d’azione, guidata da Ugo La Malfa e Ferruccio Parri. Togliatti contava sulla tacita intesa con il democristiano Alcide De Gasperi che agognava a rastrellare i voti dei monarchici, dopo averli resi orfani del Re. Chi, come Messe, vi si oppose difendendo lo Stato sorto dal Risorgimento e dall’unificazione nazionale va cancellato dalla memoria? Naturalmente su di lui, come su Edgardo Sogno e altri, si accumularono tante “informative”, che valgono come quelle dell’Ovra: vanno lette con beneficio d’inventario e “decrittate”, non prese per oro colato.
Ridotto all’osso, il “caso Messe”, ora strumentalmente aperto da alcuni facinorosi della memoria, è tutto lì: monarchico, liberale e cattolico, nel dopoguerra egli fu eletto senatore sotto l’insegna della Democrazia Cristiana (1953: come il generale Raffaele Cadorna, già Capo del Corpo Volontari della Liberazione), poi deputato nelle file del Partito monarchico popolare (primo dei non eletti nel 1958 entrò a Montecitorio nel 1961) e infine in quelle del Partito liberale italiano (1963-1968). Messe ebbe dunque i voti di democristiani, monarchici e liberali negli anni da De Gasperi ad Aldo Moro, dei liberali da Luigi Einaudi a Giovanni Malagodi e, aggiungiamo, dei socialdemocratici da Giuseppe Saragat ad Antonio Cariglia. Costoro furono tutti golpisti o collusi con il leggendario “doppio Stato”?
Per essere oggi degni di ricordo pubblico è proprio necessario aver avuto la tessera del Partito comunista d’Italia e dei suoi succedanei o averlo fiancheggiato o, almeno, non averlo avversato? La questione posta da chi vuol dipingere un “Messe Nero” anziché un patriota insigne, quale egli fu, non è “di parte” ma storiografica. Chi nel 1943-1946 si schierò per la conservazione della forma monarchica dello Stato è soggetto alla perpetua damnatio memoriae? E chi oggi ha diritto di pronunciarla?
Non solo. Poiché nel citato libro Cereghino e Fasanella prospettano l’appartenenza alla massoneria quale indizio di collusione con le trame più oscure, ricordiamo che il 3 giugno 1919 il tenente colonnello Giovanni Messe, comandante del IX Reparto d’Assalto degli Arditi, antico apprendista muratore, venne iniziato massone nella Loggia “Michelangelo” di Firenze, con diploma ne varietur n. 53.738. Se essere massoni e fedeli alla Corona è un demerito, allora non solo va oscurato il busto di Messe ma vanno allora demoliti tutti i monumenti di Giuseppe Garibaldi. L’Eroe per antonomasia indossò la divisa di generale dell’Armata Sarda, per insegna ebbe “Italia e Vittorio Emanuele”, fu acclamato Primo massone d’Italia e venne eletto gran maestro effettivo del Grande Oriente nell’estate 1864.
Prima di inventare un “Messe Nero” è bene studiare e capire la storia d’Italia e magari ricordare che nel 1948 il Fronte Popolare socialcomunista (Togliatti-Nenni) assunse per insegna proprio Garibaldi.
Aldo A. Mola Nella foto il generale Antonio Zerrillo rievoca il Maresciallo Giovanni Messe al convegno di Vicoforte presieduto dal segretario della Consulta, Gianni Stefano Cuttica.
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